Rifondazione per la Sinistra - Caserta

Questo è il blog di Rifondazione per la Sinistra della provincia di Caserta.
Rifondazione per la Sinistra è un’area programmatica, politica e culturale di sinistra.
Nasce dal documento “Manifesto per la Rifondazione” presentato al 7° congresso di Rifondazione Comunista e con prima firma Nichi Vendola.
Ha l’ambizione di raccogliere al suo interno persone e soggetti provenienti da differenti organizzazioni e diversi percorsi politici.
Ha come obiettivo l’avvio di un processo costituente di un nuovo soggetto politico della sinistra.

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giovedì 13 novembre 2008

Da dove ripartire? 15 tesi per la sinistra.

di Fausto Bertinotti

1. Dopo la disastrosa sconfitta elettorale e la cancellazione della sinistra in Italia si è posta l'esigenza inderogabile della sua rinascita. Il rischio, in caso contrario, è la sua scomparsa dal panorama politico del paese per un lungo periodo.

2. Da allora, in pochi mesi, sono avvenuti eventi che hanno mutato profondamente la situazione, sia a livello mondiale, che del paese; sia nella sfera dell'economia, che in quella sociale, che in quella politica (seppure in questo caso lontano dall'Europa, come per la vittoria di Barack Obama). Ognuno di questi mutamenti, e tutti insieme reclamano una nuova, radicalmente nuova, presenza della sinistra in Italia e in Europa, rendendo persino più acuta l'esigenza, già emersa drammaticamente dopo il voto, di mettersi al lavoro per riempire un vuoto orribile.

3. Il precipitare della crisi, che ha investito il capitalismo finanziario globalizzato e che si estende dagli Usa al mondo intero, sottolinea duramente il vuoto di sinistra in Europa e propone, in tutta la sua portata storica, il tema della costruzione di una sinistra europea. E' stato detto giustamente che, se non sa mettere in campo, di fronte a questa crisi, una proposta di politica economica alternativa a quella dei governi, la sinistra non esiste.

4. La risposta alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato è dunque un banco di prova obbligato, tanto più per le spaventose conseguenze sociali e di pesante ristrutturazione del lavoro che, in sua assenza, si produrrebbero. Una traccia di proposta è già presente nel mondo degli economisti critici. La necessità del sistema di ricorrere all'intervento pubblico porta la contesa sulla natura dell'intervento pubblico e del ruolo dello Stato. Una proposta della sinistra dovrebbe cogliere l'occasione davvero straordinaria per rivendicare un intervento pubblico nell'economia finalizzato ad una prima riforma di quel modello di sviluppo che ha generato la crisi attuale, per andare nella direzione di un modello alternativo di economia più equa, più ecologica e meno instabile. L'intervento pubblico dovrebbe perciò essere massiccio, quanto precisamente finalizzato. E' stato giustamente sottolineato che la sfida che si ripropone è sul cosa, come, dove e per chi produrre. E' concreta la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un piano del lavoro che faccia dello Stato il garante di una programmazione per il pieno impiego e un lavoro di qualità che superi la sua precarizzazione. Alla sua base vanno individuate, e scelte, le grandi questioni irrisolte della società e i bisogni maturi e non soddisfatti. La guida di questa svolta nella politica economica sta nella organizzazione della domanda dove più stretta è la relazione tra le problematiche economiche, quelle della qualità e stabilità del lavoro e quelle ecologiche, per costruire delle risposte che sollecitino uno sviluppo qualificato della ricerca, della ricerca applicata, della tecnologia e di nuove forme di organizzazione del lavoro. La dimensione necessaria per questa riforma della politica economica è certo quella europea, ma già il livello nazionale va investito da una forte iniziativa politica e sociale. L'occasione è quella di una terribile difficoltà, ma anche quella propizia alla rinascita della sinistra, nel cimento su un passaggio così difficile. Si tratta ora di immettere questo schema di proposta con forza nel dibattito e nello scontro politico. Su questa traccia va contemporaneamente messa all'opera una comunità scientifica allargata, all'esperienza sociale in primo luogo, da cui nasca una proposta condivisa che possa entrare in relazione con tutti i fronti di lotta.

5. Il movimento di lotta di queste ultime settimane di straordinaria mobilitazione nella scuola ha dimostrato quel che si doveva già sapere, che nessun consenso di opinione mette al riparo i governi dall'insorgere del conflitto sociale, ma, contemporaneamente, ci fa scoprire una nuova dimensione possibile del conflitto, quella della sua indipendenza dalle forze politiche e della sua irrappresentabilità. Si tratta di un movimento del tutto inedito, assai diverso non solo da quelli del '68 e del '77, ma anche da quello della Pantera, un movimento diverso per composizione, organizzazione e forme di crescita anche dal movimento altermondista. Esso promuove l'azione collettiva della popolazione di un comparto della società, qui la scuola, sulla base della denuncia della lesione di un suo diritto condiviso. Avevamo già visto che senza la sinistra non c'è opposizione politico-sociale, ora impariamo che neppure l'opposizione sociale rimette più in piedi la sinistra. Si sono consumate tutte le rendite di posizione della politica. Senza un'idea di sé, del suo rapporto con i movimenti e con la società la sinistra non esiste e non rinasce.

6. Il lavoro sarà investito da una nuova fase di ristrutturazione promossa dalla crisi, e sulla base della recessione e dell'attacco all'occupazione. Il padronato si prepara a gestirla facendola precedere da un a-fondo sul sistema contrattuale con lo scopo di ridurre non solo il lavoro, ma anche il sindacato a variabile dipendente della competitività aziendale. Sebbene possa sembrare troppo radicale ed estremista, l'obiettivo confindustriale è proprio quello di cancellare l'autonomia rivendicativa e contrattuale del sindacato per sostituirlo con la sua istituzionalizzazione neocorporativa: un cambio della sua natura per sottomettere "definitivamente" il lavoro all'impresa e al capitalismo. Cambiano, anche assai profondamente, i cicli economici e la composizione del lavoro, ma il lavoro, la contesa sul lavoro e la soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè il concreto manifestarsi delle lotte di classe, torna come uno degli snodi decisivi per l'esistenza della sinistra. Non c'è nessun automatismo né alcuna esclusività da proporre, né alcuna collocazione gerarchica da rivendicare rispetto ad altre contraddizioni, prima tra tutte quella ambientale. Semplicemente senza una sua politica su questo snodo la sinistra non esiste. La stessa questione sindacale acquista un peso del tutto particolare sia rispetto alla questione sociale che a quella politica. Se la Cgil si sottrarrà all'esito voluto dalla Confindustria e dal Governo niente rimarrà come è stato dal 1992 ad oggi, e comincerà una nuova seppur difficile storia del sindacato e del conflitto di lavoro in Italia.

7. Sia che si guardino le già grandi novità intervenute, dopo la storica sconfitta, dal punto di vista strutturale che dal punto di vista dei processi politici, si vede emergere quale tema prioritario, connesso con la questione delle proposte sulla natura del nuovo intervento pubblico nell'economia, quello dell'efficacia dell'opposizione ai fini di impedire che il cerchio si chiuda, con l'irreversibile cancellazione per l'intero medio periodo della sinistra e con la sistematica separazione tra il sociale e il politico, tra la vita delle persone e la politica. La qualità e l'ampiezza dell'opposizione debbono porsi all'altezza di un disegno regressivo di restaurazione che vede progressivamente soppiantare la Carta fondamentale della Repubblica da una costituzione materiale che ne rovescia il senso, facendosi accompagnare da una rivoluzione conservatrice guidata dalla nuova destra. L'esito di un "regime leggero", a fondamento di un assetto a-democratico della società, può essere impedito solo da un'opposizione di sinistra, popolare, di massa e capace di risalire, per metterle in discussione, alle cause strutturali del disagio sociale e della crisi economica. Ripensare a fondo l'agire collettivo, attivare tutte le forme della democrazia partecipativa, andare a lezione dai movimenti emergenti, rivoluzionare la grammatica dei rapporti tra forze politiche e movimenti, scegliere i tempi e i modi di proprie campagne di mobilitazione e di lotta che facciano venire alla luce potenzialità latenti, far coesistere esperienze diverse solo disposte a riconoscersi reciprocamente, rileggere le esperienze di democrazia diretta a partire dall'uso mirato del referendum, costituire autonomi comitati di scopo, sono solo alcune delle pratiche necessarie di un piano di lavoro politico che associ chiunque ci stia sulla base della selezione politica operata unicamente dalla condivisione dell'obiettivo.

8. Era già evidente dopo la sconfitta che la rinascita della sinistra sarebbe dovuta essere in realtà un cominciare da capo. Tutto ciò che accade avvalora questa tesi. Il rinnovamento nella continuità, che sarebbe stato possibile fino a ieri è oggi impossibile. Lo sarebbe stato, con particolare forza, di fronte ai grandi passaggi storici mancati, come la primavera di Praga, il '68-'69, lo stesso '89, per lo straordinario accumulo di storia e di esperienze fin lì a disposizione e che avrebbero potuto permettere un'uscita da sinistra dalle crisi del movimento operaio. Allora sarebbe stato possibile quel che oggi non è più possibile. Ancora, in tutt'affatto diverse condizioni, di fronte al costituirsi del movimento altermondista, un'estrema possibilità si era venuta proponendo alla politica. Ma oggi, dopo la sconfitta storica e la scomparsa della sinistra politica come forza attrattiva, questa ipotesi di lavoro non è più possibile. Quel che resta vivo dei tentativi, anche coraggiosamente tentati di fronte ai precedenti passaggi critici, è l'esigenza di fondo, quella di un'uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. Ma ora è necessario che sia un'uscita da sinistra capace di essere praticata da nuove grandi organizzazioni politiche. La sinistra di cui c'è bisogno è perciò una sinistra di società, cioè capace di essere portatrice di una rinnovata critica del modo di produzione capitalistico e di un'alternativa di società e, contemporaneamente, per forza organizzata, capace di influenzare il corso generale in atto e le scelte della politica: una forza politica di cambiamento e di trasformazione.

9. Ricominciare politicamente da capo per ricostruire la sinistra in Italia e in Europa non vuol dire contrarre la malattia del nuovismo che è un'apologetica dell'innovazione che ora si fa addirittura grottesca di fronte ad una realtà come quella attuale che fa dire come scriveva Gorz "Non è un capitalismo in crisi, ma è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la realtà". Essa genera a sua volta una crisi di civiltà e un rischio per l'umanità tutta. Un'adesione all'attuale modernizzazione è semplicemente insensata. Né vuol dire essere dimentichi del passato. Il movimento operaio del '900 è il mondo da cui veniamo. Delle tre grandi direttrici su cui si è sviluppato, la prima è morta nella tragedia, ed è quella che, sulla rottura rivoluzionaria, ha fondato la costruzione dello stato e di ciò che è stato chiamato il comunismo reale; la seconda è molto, molto malata, ed è quella che, in tutta la seconda metà del secolo, specie in Europa, ha continuato a porsi il tema della trasformazione della società capitalista diventando protagonista del compromesso democratico dei 30 anni gloriosi; la terza è ancora vitale (anche per la conferma, seppur anche spiazzante, che le viene dalle grandi mutazioni di cui il capitalismo è capace per riconfermarsi) ed è il nucleo forte della critica al capitalismo proprio dell'impianto marxiano. Proprio in ragione della sua vitalità convince ancora la tesi propagata da grandi intellettuali marxisti già alla fine del secolo scorso di andare oltre Marx, tesi che pretende una duplice opposizione, sia nei confronti di chi ne propone l'abbandono, sia di chi ne propone una acritica nuova adozione. Si può pensare di mettere a frutto la vitalità della teoria, consapevoli anche della sua maturità, proprio cercando la relazione con due contraddizioni altrettanto decisive nella critica al nuovo capitalismo totalizzante, quella tra ambiente e sviluppo e quella di genere. Un forte spirito di ricerca nella teoria critica del capitalismo dovrebbe alimentare una tendenza culturale e politica necessaria, insieme ad altre, alla rinascita politica della sinistra.

10. Il movimento operaio del Novecento vive dal '17 agli anni '80 su ciò che è stato definita l'alleanza, o la fusione, tra la classe operaia e una teoria, quella marxista-leninista. Per averne conferma basti pensare soltanto al fatto che il partito comunista dalla storia nazionale forse più autonoma di ogni altro, il Pci, modifica, nel suo statuto, il riferimento al marxismo-leninismo solo nel 1979. Il peso dell'alleanza in questo movimento operaio, quello del '900, quand'anche in esso siano cresciute esperienze diverse, è forte e innegabile. Ma questa non è la sola storia del movimento operaio possibile. Né è stata la sola. Ce ne sono state di diverse già nel corso della storia, si pensi al ciclo che precedette la Comune di Parigi, e dunque altre ce ne potranno essere, sempreché lo sfruttamento esistente sia considerabile politicamente significativo. Ad un nuovo movimento operaio la sinistra dovrebbe lavorare, nel tempo di una nuova rivoluzione capitalistica, anche modificando i contraenti l'alleanza e la sua stessa base teorica. A richiedere un soggetto capace di proporsi, su scala mondiale e in un processo storico, il superamento del capitalismo è la natura di questo capitalismo totalizzante, sono le forme concrete di sfruttamento e di alienazione che esso genera e la sua attuale proprietà di fare innovazione e contemporaneamente di produrre crisi di civiltà e di umanità. A questa ricerca non può essere estraneo il processo di costruzione della sinistra in Europa e in Italia che, tuttavia, deve disporre di un'autonoma fondazione politica, quella della definizione di un programma fondamentale in cui possano riconoscersi una molteplicità di soggetti e una pluralità di culture politiche, capace di costituire, come insieme, il fatto nuovo nella politica.

11. In politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una comunità scelta parlano di un'identità, di un'appartenenza. In questo nostro tempo l'identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice dell'esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone comuni e sanno trasmettere il senso dell'appartenenza ad un'impresa comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il programma fondamentale della sinistra, che non può che essere, realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand'anche dichiarata l'ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e sarebbe, il caso dell'intervento sul nome di formazioni già esistenti dove il rispetto della storia, delle storie che l'hanno animato e la loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del Pci. Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata l'origine della politica di libertà e di giustizia nella storia moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c'è più la politica, non c'è più scelta, il clivage tra destra e sinistra. La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del continente si chiami comunista, nessuna dal Ptt di Lula al Mas di Evo Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.

12. Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura politiche sufficienti per questo necessario big - bang da cui possa rinascere la sinistra. Il Pd non è sinistra, e non per la composizione della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all'arcobaleno di sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria per l'impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall'esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La situazione, prima caratterizzata dall'esistenza di due sinistre in competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base dell'analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla base dell'analisi delle soggettività politiche in campo, quest'ipotesi, matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla recessione e all'attacco all'occupazione.

13. Per affrontare questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della sinistra, ma ne contraddirebbe l'ispirazione di fondo. E' l'ipotesi secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni, si dovrebbe sostituire il rapporto tra l'attuale Pd e una forza alla sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che rappresenterebbe nient'altro che uno sviluppo moderato dell'attuale situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola verità interna ed è che, nella attuale immaturità della ristrutturazione, deve essere perseguito l'obiettivo della costruzione da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L'ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare stagione. La cultura prevalente che l'ha promossa - governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna - non solo è all'origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall'esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell'economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse.

14. La costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com'è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un'impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand'anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola. Nell'intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c'è il deposito di resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in un'impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C'è una sola condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra, per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente. Non c'è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti, quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica dalla società e dai soggetti in essa attivi. L'impegno deve quindi, su questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni funzione di rappresentanza, fin dall'inizio del processo, deve essere attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.

15. La sinistra deve avere l'ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre, del consumare, del convivere e del fare politica. C'è, a questo fine, da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell'individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un comportamento altruistico, almeno con uno improntato all'"egoismo maturo", cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col sostituire il troppo abusato "non sono d'accordo" con il "sono d'accordo, ma…". Alla riforma della soggettività da investire nell'impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il centralismo romanocentrico, figlio non più dell'esigenza nazionale di una formazione compatta di combattimento, bensì della "governamentalità" e della centralità delle istituzioni nella politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa l'esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza (l'Italia delle cento città) che può indurre la politica a ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta, nell'organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda, campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l'egemonia nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della riforma della società civile mediante la produzione di culture, di pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al primato dell'impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito storico. E' anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo, che rinasce la sinistra.

da Liberazione del 13 novembre

domenica 9 novembre 2008

VENERDÌ 12 DICEMBRE 2008
LE METALMECCANICHE E I METALMECCANICI DI TUTTA ITALIA
SCIOPERANO PER 8 ORE E MANIFESTANO A ROMA
PER IL LAVORO, I DIRITTI, IL SALARIO,
LA DEMOCRAZIA


NOI SIAMO L'ECONOMIA REALE!

Le proposte della FIOM: volantone - La crisi la deve pagare chi l'ha causata: il volantino


Nasce «Per la sinistra». Niente scissione


da Liberazione dell'8.11.08. Di Angela Mauro

"A Ferrero dico: prendi fiato, fermatevi un attimo, non diamo spazio a dinamiche nevrotiche. Stiamo decidendo un ennesimo episodio di guerra intestina? Non voglio questo. Il mio è un appello sincero". Come previsto, la conferenza stampa di presentazione del documento "Costruire la sinistra: il tempo è adesso" e di lancio della nuova associazione "Per la sinistra" non è l'annuncio della scissione della minoranza vendoliana (47 per cento al congresso di Chianciano) da Rifondazione. Anzi. Dopo il battage degli ultimi giorni sulla stampa, Nichi Vendola cerca di spegnere i fuochi interni al partito. Lo sa, il governatore della Puglia, che rispetto alla Sinistra Democratica di Claudio Fava e agli altri promotori dell'associazione che mira alla costituzione di un nuovo soggetto politico di sinistra, la sua area è meno libera di agire, con una gamba tesa verso la nuova avventura e l'altra legata al partito guidato dalla maggioranza di Paolo Ferrero. Eppure Vendola non dà fuoco alle polveri. "Non abbiamo bisogno di scissioni ma di allargarci, farci contaminare dai segnali di cambiamento che ci circondano". A cominciare dalle mobilitazioni studentesche, per finire all'effetto Obama, "che è sotto gli occhi di tutti: ha debellato il leader della destra mondiale, Bush". Dunque, con Ferrero e la sua maggioranza che al congresso ha deciso di presentarsi alle europee del 2009 con il simbolo di Rifondazione comunista (falce e martello compresi) l'interlocuzione è ancora ferma alla fase del "rilancio unitario". E' la "nostra proposta - dice Vendola - un cartello elettorale che metta insieme tutti i pezzi della sinistra", consentendo a ognuno di "mantenere la libertà della propria prospettiva strategica".
Tutti i pezzi della sinistra, a partire dai promotori della nuova associazione: Sd, una parte dei Verdi (all'iniziativa di ieri c'è il solo Paolo Cento), una del Pdci (l'area di Katia Belillo e l'astronauta europarlamentare Umberto Guidoni, presente ieri), intellettuali e pezzi di società civile (tra i firmatari del documento Moni Ovadia, Alberto Asor Rosa, Maria Rosa Cutrufelli, Giorgio Parisi, Simonetta Salacone, Marcello Cini, Wilma Labate, Luciano Gallino, Margherita Hack, Mario Tronti). E nonostante la risposta negativa già pronunciata da Ferrero, resta da parte dei vendoliani la richiesta di un congresso straordinario: «Quello di luglio - insiste Vendola - è stato il congresso sulla sconfitta. Siamo stati asfaltati, ma in questi mesi sopra ci hanno camminato migliaia di piedi, gli studenti, i metalmeccanici che scenderanno in piazza il 12. E' stato un congresso nella notte. Ora la nottata è passata: c'è l'alba. Dico a Ferrero: ci vogliamo sintonizzare?».
Al di là di come finiscano le beghe interne di Rifondazione, gli altri vanno avanti. Lancia in resta, Sd si è tuffata a capofitto nella nuova impresa. Il leader Fava ha pure respinto al mittente l'invito di Walter Veltroni a candidarsi nel Pd. Per ragioni politiche. E non parla di "cartelli elettorali", il successore di Mussi. Obiettivo: un nuovo soggetto di sinistra. «Se si trattasse solo di elezioni, ci saremmo seduti davanti a un notaio a comporre le liste». Il punto è il processo. Che va affrontato con «umiltà e generosità», le parole d'ordine del movimento ex-diessino. Specifica Fava che nella nuova associazione «non ci sono padroni di casa e non ci sono ospiti». Si decide insieme. «Pratiche democratiche e soggetti nuovi», precisa Vendola. Anche la forma sarà decisa insieme agli iscritti dell'associazione (le tessere non sono ancora pronte ma ci saranno). «Il nuovo soggetto lo costruiamo con una consultazione di massa allargata», spiega la femminista Maria Luisa Boccia. «Primarie delle idee a gennaio», chiarisce Paolo Cento. Guidoni: «Non vogliamo fare l'ennesimo partito, nè rimettere in piedi i cocci dell'Arcobaleno: vogliamo gettare le basi per la sinistra del XXI secolo». Intanto, il primo appuntamento in vista è quello del 13 dicembre: assemblea nazionale della nuova associazione a Roma. E certo non sfugge ai vendoliani che proprio per quello stesso giorno la maggioranza del partito ha convocato il comitato politico nazionale del Prc. Sgambetto? Sospiri. «Riprendiamo fiato».
Quello servirà di sicuro. Comunque. Punto di caduta non esclusivo ma ineludibile (dicono tutti), l'avventura di una lista unitaria (se così sarà, se non sarà un cartello tipo Arcobaleno) per le europee richiede tanta e lunga lena. Ti spiegano da Sd, che se - come sembra - si andasse a votare con l'attuale legge elettorale, la lista unitaria di sinistra, con evidentemente nuovo nome e simbolo, sarebbe l'unica del panorama politico italiano a dover raccogliere le firme per correre, in quanto priva di parlamentari eletti a Roma o a Strasburgo. Non contano i singoli, tipo Fava, europarlamentare eletto con "Uniti nell'Ulivo". A meno che non si voglia correre con il nome e simbolo del vecchio alberello prodiano. Scherzi a parte, le firme da raccogliere sono tante: dalle 30mila alle 35mila per ogni circoscrizione elettorale, delle quali il 10 per cento va rastrellato in ogni singola regione, stessa percentuale indipendente dalla popolazione in Piemonte come in Molise. Un problema che invece non si pone per Rifondazione o per i Verdi o per il Pdci, dovessero presentarsi con lo stesso simbolo della scorsa tornata.
La cosa non spaventa. "Il tempo è adesso", insistono dalla nuova associazione che inevitabilmente guarda ad un rapporto di interlocuzione con il Pd. Da sinistra, s'intende, e più verso D'Alema che Veltroni. Con il leader di ItalianiEuropei c'è per esempio sintonia di giudizi sull'era Berlusconi. «Oggi assistiamo alla prima crepa seria del berlusconismo - dice Vendola - una crepa non ricucibile. Noi non dobbiamo cavalcare la tigre delle mobilitazioni, ma lavorare ad una sinistra contaminata da esse. Lo spazio c'è».

COSTRUIRE LA SINISTRA: IL TEMPO E' ADESSO

Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un'altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi. Che è possibile rispondere all'insulto criminale che insanguina il Mezzogiorno e vuole ridurre al silenzio le coscienze più libere. Che è possibile dare dignità al lavoro, spezzando la logica dominante che oggi lo relega sempre più a profitto e mercificazione. Che è possibile affermare la libertà delle donne e vivere in un paese ove la laicità sia un principio inviolabile. Che è possibile lavorare per un mondo di pace. Che è possibile, di fronte all'offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere - come fece Einstein - che l'unica razza che conosciamo è quella umana. Che è possibile attraverso una riconversione ecologica dell'economia contrastare i cambiamenti climatici, riducendone gli effetti ambientali e sociali. Che è possibile, dunque, reagire ad una politica miserabile la quale, di fronte alla drammatica questione del surriscaldamento del pianeta, cerca di bloccare le scelte dell'Europa in nome di una cieca salvaguardia di ristretti interessi.
Cambiare questo paese è possibile. A patto di praticare questa speranza che oggi cresce d'intensità, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi in realtà. E' questo il compito primario di ciò che chiamiamo sinistra.
Viviamo in un paese e in un tempo che hanno bisogno di un ritrovato impegno e di una nuova sinistra, ecologista, solidale e pacifista. La cronaca quotidiana dei fatti è ormai una narrazione impietosa dell'Italia e della crisi delle politiche neoliberiste su scala mondiale. Quando la condizione sociale e materiale di tanta parte della popolazione precipita verso il rischio di togliere ogni significato alla parola futuro; quando cittadinanza, convivenza, riconoscimento dell'altro diventano valori sempre più marginali; quando le donne e gli uomini di questo paese vedono crescere la propria solitudine di fronte alle istituzioni, nei luoghi di lavoro - spesso precario, talvolta assente - come in quelli del sapere; quando tutto questo accade nessuna coscienza civile può star ferma ad aspettare. Siamo di fronte ad una crisi che segna un vero spartiacque. Crollano i dogmi del pensiero unico che hanno alimentato le forme del capitalismo di questi ultimi 20 anni. Questa crisi rende più che mai attuale il bisogno di sinistra, se essa sarà in grado di farsi portatrice di una vera alternativa di società a livello globale.
E' alla politica che tocca il compito, qui ed ora, di produrre un'idea, un progetto di società, un nuovo senso da attribuire alle nostre parole. Ed è la politica che ha il compito di dire che un'alternativa allo stato presente delle cose è necessaria ed è possibile. La destra orienta la sua pesante azione di governo - tutto è già ben chiaro in soli pochi mesi - sulla base di un'agenda che ha nell'esaltazione persino esasperata del mercato e nello smantellamento della nostra Costituzione repubblicana i capisaldi che la ispirano. Cosa saranno scuola e formazione, ambiente, sanità e welfare, livelli di reddito e qualità del lavoro, diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell'Italia di domani, quel domani che è già dietro l'angolo, quando gli effetti di questa destra ora al governo risulteranno dirompenti e colpiranno dritto al cuore le condizioni di vita, già ora così difficili, di tante donne e uomini?
E' da qui che nasce l'urgenza e lo spazio - vero, reale, possibile, crescente - di una nuova sinistra che susciti speranza e chiami all'impegno politico, che lavori ad un progetto per il paese e sappia mobilitare anche chi è deluso, distratto, distante. Una sinistra che rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla politica, l'affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci da agitare verso il presente. Una sinistra che assuma la sconfitta di aprile come un momento di verità, non solo di debolezza. E che dalle ragioni profonde di quella sconfitta vuole ripartire, senza ripercorrerne gli errori, le presunzioni, i limiti. Una sinistra che guardi all'Europa come luogo fondamentale del proprio agire e di costruzione di un'alternativa a questa globalizzazione. Una sinistra del lavoro capace di mostrare come la sua sistematica svalorizzazione sia parte decisiva della crisi economica e sociale che viviamo.
Per far ciò pensiamo a una sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle cose di questo tempo e di questo mondo. Una politica della pace, non solo come ripudio della guerra, anche come quotidiana costruzione della cultura della non violenza e della cooperazione come alternativa alla competizione. Una sinistra dei diritti civili, delle libertà, dell'uguaglianza e delle differenze. Una sinistra che non sia più ceto politico ma luogo di partecipazione, di ricerca, di responsabilità condivise. Che sappia raccogliere la militanza civile, intellettuale e politica superando i naturali recinti dei soggetti politici tradizionali. E che si faccia carico di un'opposizione rigorosa, con l'impegno di costruire un nuovo, positivo campo di forze e di idee per il paese. La difesa del contratto nazionale di lavoro, che imprese e governo vogliono abolire per rendere più diseguali e soli i lavoratori e le lavoratrici è per noi l'immediata priorità, insieme all'affermazione del valore pubblico e universale della scuola e dell'università e alla difesa del clima che richiede una vera e propria rivoluzione ecologica nel modo di produrre e consumare.
Lavorare da subito ad una fase costituente della sinistra italiana significa anche spezzare una condizione di marginalità - politica e persino democratica - e scongiurare la deriva bipartitista, avviando una riforma delle pratiche politiche novecentesche.
L'obiettivo è quello di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità: non la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico, partecipativo, inclusivo. Per operare da subito promuoviamo l'associazione politica "Per la Sinistra", uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra italiana, avviando adesioni larghe e plurali.
Fin da ora si formino nei territori comitati promotori provvisori, aperti a tutti coloro che sono interessati al processo costituente , con il compito di partecipare alla realizzazione, sabato 13 dicembre, di una assemblea nazionale. Punto di partenza di un processo da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d'intenti, un nome, un simbolo, regole condivise. Proponiamo di arrivare all'assemblea del 13 dicembre attraverso un calendario di iniziative che ci veda impegnati, già da novembre, a costruire un appuntamento nazionale sulla scuola e campagne sui temi del lavoro e dei diritti negati, dell'ambiente e contro il nucleare civile e militare e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Sappiamo bene che non sarà un percorso semplice né breve, che richiederà tempo, quel tempo che è il luogo vero dove si sviluppa la ricerca di altri linguaggi, la produzione di nuova cultura politica, la formazione di nuove classi dirigenti. Una sinistra che sia forza autonoma - sul piano culturale, politico, organizzativo - non può prescindere da ciò. Ma il tempo di domani è già qui ed è oggi che dobbiamo cominciare a misurarlo. Ecco perché diciamo che questo nostro incontro segna, per noi che vi abbiamo preso parte, la comune volontà di un'assunzione individuale e collettiva di responsabilità. La responsabilità di partecipare a un percorso che finalmente prende avvio e di voler contribuire ad estenderlo nelle diverse realtà del territorio, di sottoporlo ad una verifica larga, di svilupparlo lavorando sui temi più sensibili che riguardano tanta parte della popolazione e ai quali legare un progetto politico della sinistra italiana, a cominciare dalla pace, dall'equità sociale e dal lavoro, dai diritti e dall'ambiente alla laicità.
Noi ci impegniamo oggi in questo cammino. A costruirlo nel tempo che sarà richiesto. A cominciare ora.

Vincenzo Aita, Ritanna Armeni, Alberto Asor Rosa, Angela Azzaro, Fulvia Bandoli, Giovanni Berlinguer, Piero Bevilacqua, Jean Bilongo, Maria Luisa Boccia, Luca Bonaccorsi, Sergio Brenna, Luisa Calimani, Antonio Cantaro, Luciana Castellina, Giusto Catania, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Raffaella Chiodo, Marcello Cini, Lisa Clark, Maria Rosa Cutrufelli, Pippo Del Bono, Vezio De Lucia, Paolo De Nardis, Loredana De Petris, Elettra Deiana, Arturo Di Corinto, Titti Di Salvo, Walter Fabiocchi, Daniele Farina, Claudio Fava, Carlo Flamigni, Pietro Folena, Enrico Fontana, Marco Fumagalli, Luciano Gallino, Giuliano Giuliani, Umberto Guidoni, Margherita Hack, Paolo Hutter, Francesco Indovina, Rosa Jijon, Francesca Koch, Wilma Labate, Simonetta Lombardo, Francesco Martone, Graziella Mascia, Gianni Mattioli, Danielle Mazzonis, Gennaro Migliore, Adalberto Minucci, Filippo Miraglia, Serafino Murri, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Paolo Naso, Diego Novelli, Moni Ovadia, Italo Palumbo, Giorgio Parisi, Elisabetta Piccolotti, Paolo Pietrangeli, Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Alì Rashid, Luca Robotti, Massimo Roccella, Stefano Ruffo, Mario Sai, Simonetta Salacone, Massimo L. Salvadori, Edoardo Salzano, Bia Sarasini, Scipione Semeraro, Patrizia Sentinelli, Massimo Serafini, Giuliana Sgrena, Aldo Tortorella, Gabriele Trama, Mario Tronti, Nichi Vendola…

Roma, 7 novembre 2008

venerdì 24 ottobre 2008

Di seguito e in allegato due idee, due riflessioni sul che fare, ma anche, crediamo, due stili diversi di discussione.

Da una parte il direttore di liberazione, Sansonetti, che continua ad esprimere con grande sincerità e fermezza la sua idea riguardo a ciò di cui crede abbia bisogno ora la sinistra, idea comunemente definita "oltrista": andare oltre rifondazione, oltre le nostre certezze, oltre la quotidiana professione di comunismo, arroccati a difesa di una fortezza che traballa, proprio ora che nel mondo, quello reale, a traballare sono le fondamenta del pensiero unico neo liberista, insieme alle certezze e le speranze di tante persone normali in carne ed ossa. Dall'altra Mantovani, che si associa con questo scritto alla schiera di chi, come giorni fa alberto Burgio ("...un modo di convivere che concili le legittime istanze di autonomia dei giornalisti con le non meno legittime esigenze della proprietà...deve pur esserci una ragione per farsi carico di spese, rischi ed eventuali perdite"), continua a considerare fastidoso un direttore che, nonostante la sua idea sia stata sconfitta al congresso di chianciano, continua, instancabilmente, ad esporla. Continuare ad esporre un'idea non significa volerla "IMPORRE"...così come aver perso un congresso (con i numeri e le modalità che tutti ricordiamo) non significa che quella idea non possa avere più cittadinanza. Sembra che, al di là dei temi che tratta e su cui si schiera il nostro giornale, (temi rispetto ai quali immagino tutti i compagni del nostro partito si riconoscano, ambientalismo, lotta al precariato, femmismo e lotta al patriarcato, antirazzismo etc), ad alcuni autorevoli esponenti della maggioranza del nostro partito interessi più stigmatizzare lo "scandalo" di un direttore di un quotidiano comunista che, pur non considerandosi più comunista, ha scelto di lavorare al fianco dei comunisti. Di un direttore che continua a parlare, solo in merito al futuro di rifondazione in verità, in dissonanza con la maggioranza. L'impressione è che di fronte a un ragionamento politico, più o meno condivisibile, ma articolato, non si riesca ad andare oltre la scontata riproposizione de "l'idea di sansonetti è stata sconfitta al congresso", o peggio, de "andiamo oltre sansonetti". Sembra che ad essere riproposta sia la buona vecchia idea (fallita, sui territori, persino nella stessa maggioranza...come nel nostro CPF) di GESTIONE UNITARIA: "gestiamo" tutti uniti, ma cosa si può dire e fare, dove si va, lo dice chi ha vinto. Tutti uniti, insomma, nella linea politica della maggioranza (?)
saluti a tutti

la redazione

Caro PRC, andiamo oltre!

Piero Sansonetti

Io penso che la sinistra italiana abbia una sola speranza di sopravvivere, di riprendere il suo cammino, cioè di tornare a fare politica: "andare oltre".
Cosa vuol dire? Vuol dire non fermarsi alla difesa delle proprie certezze e delle poche casematte non ancora rase al suolo. Penso che se la sinistra si accontenta di difendere se stessa - o il residuo di se stessa - è condannata alla scomparsa, alla resa.
Voi sapete benissimo che usando questa espressione ("andare oltre") sollevo una polemica. "Andare oltre" è una espressione che Liberazione adoperò più di un anno fa, all'inizio dell'estate 2007, in un famoso titolo di prima pagina, per proporre la formazione di una nuova forza politica della sinistra, più larga e complessa dei partiti di allora (che poi sono gli stessi di adesso). La proposta fu respinta con un certo sdegno. Si decise, come ricordate, per una alleanza elettorale che non scalfisse l'organizzazione dei partiti.
L'altro giorno Claudio Grassi, cioè uno degli esponenti più prestigiosi dello schieramento che ha vinto il congresso di Rifondazione, è tornato a polemizzare con noi proprio con un articolo su Liberazione . Ha scritto: «La sinistra italiana si regge in larga misura sul ruolo e sull'iniziativa dei comunisti... quel lungo corteo ( il corteo dell'11 ottobre ndr) va preso molto sul serio... accantonando una volta per tutte la velleità controproducente, irragionevole, dell'"andare oltre" e del costruire una "sinistra senza aggettivi"».
Non sono affatto d'accordo con Grassi. Penso che la sua - se mi permettete la battuta - sia una posizione "tolemaica". Cioè che pone la terra al centro dell'universo e si rifiuta di capire - come capitò alla Chiesa cattolica - che non è più così, che Galileo ha ragione, che la terra esiste, è importante, ma non è il tutto e non è centrale. Il rifiuto di andare oltre, la paura di uscire all'aperto - dopo una sconfitta effettivamente terribile come è stata la sconfitta elettorale di primavera - temo che possa portare solo alla paralisi, alla rinuncia, alla sostituzione della politica con l'autocontemplazione. Se non voglio più andare oltre, se rinuncio all'obiettivo della trasformazione - per come vedo io le cose - è come se rinunciassi all'orizzonte, e quindi alla possibilità di crescere, di vincere, persino di combattere. Se non aspiro ad andare oltre - credo - non aspiro più a fare politica.
Cosa vuol dire andare oltre? Rinunciare alle proprie radici, alla propria storia, al comunismo? Non vuol dire rinunciare né alla storia né alle radici. E neppure alla forza indiscutibile di alcuni punti di vista, che sono quelli che danno senso alla sinistra, perché sono più solidi, più forti dei punti di vista moderati. Il comunismo però, se diventa la bandiera di una cittadella assediata e niente di più, finisce con l'assumere un valore conservatore. Diventa "comunismo di destra". Credo che spesso nella storia del movimento operaio sia esistito un comunismo di destra, che frena il rinnovamento e contiene la carica radicale della sinistra. Credo che nel Pci sia stato comunismo di destra quello amendoliano, per un lungo periodo, e quello cossuttiano. Che tendevano a legare il partito all'Unione sovietica, e alle sue barbarie, e lo rendevano in questo modo subalterno al centrosinistra in Italia. Il comunismo di destra, in quegli anni, era filosovietico e filogovernativo, non condannava l'imperialismo russo e sosteneva una politica di accordi e compromessi in politica interna.
Io temo che oggi il partito più importante della sinistra, e cioè Rifondazione, rischi di tornare a chiudersi in una idea di difesa della fortezza, in cui l'unica cosa che conta è la propria sopravvivenza e la sopravvivenza delle proprie bandiere e della falce e martello. E io temo che se fa così è perduto.
Non mi pare che ci sia altra via percorribile se non quella di ripartire da zero. Cioè di ricostruire il punto di vista della sinistra e la possibilità che questo punto di vista conti, produca frutti, cioè entri nella battaglia politica. Ripartire da zero vuol dire rinunciare alla ripetizione delle proprie certezze novecentesche. E' un ripudio del comunismo? Personalmente da molti anni non mi considero più comunista, ma questo non mi impedisce di lavorare e combattere a fianco dei comunisti e addirittura di dirigere un giornale che si definisce comunista. A condizione che non si pensi per dogmi. Che si capisca che il marxismo, che è una gigantesca teoria politica, non è più sufficiente. Sia perché non ha saputo sciogliere alcuni nodi che oggi vediamo quanto siano decisivi (il rapporto tra Stato e potere, tra Stato e libertà, tra uguaglianza e libertà), sia perché questo suo difetto ha portato a tragedie gravissime in molte parti del mondo, sia perché ha costruito tutto su una sola ipotesi di contraddizione (quella tra capitale e lavoro) ignorando altre contraddizioni, che nel XX secolo si sono affermate come monumentali cotraddizioni, e cioè quella di sesso, tra uomo e donna, quella ambientale, tra produzione e natura e altre ancora.
Andare oltre vuol dire esattamente questo. Convincersi che non potrà più esistere una sinistra capace di "egemonia" se non saprà rispondere alla crisi del capitalismo senza farsi imbrigliare negli schemi del capitalismo. Ho seguito nei giorni scorsi il dibattito aperto da Rossanda Rossanda sul manifesto , e ripreso da Bertinotti, dal quale è emerso lo stupore per una sinistra muta di fronte all'epocale crisi di questi giorni. Condivido lo stupore (e dico anche al Prc che non riesco a capire come, in questi frangenti, si possa affidare la propria immagine politica al referendum, secondo me insensato, contro il Lodo-Alfano...). E tuttavia mi pare che anche le risposte di Rossanda e Bertinotti siano insufficienti. Penso anch'io che bisogna rilanciare il ruolo dello Stato in economia, e penso che abbia ragione Fausto a porre con drammaticità la questione del lavoro. Io però - scandalosamente - non sono affatto convinto che si possa riprendere il "discorso" sulla sinsitra dalla semplice conferma del lavoro come tema centrale. Sempre di più mi convinco che una sinistra del XXI secolo deve rinunciare ad avere un centro. Deve essere plurale (e non solo pluralista) perché costruita su un pensiero plurale, che pone i grandi temi e gli interrogativi giganteschi, di sistema, posti dal femminismo e dall'ambientalismo, sullo stesso piano dei temi del lavoro. Non penso che sia possibile costruire un progetto di alternativa, che davvero si ponga in competizione con il capitalismo, se non si ha l'ambizione di realizzare una critica profonda e completa di tutti i poteri, del mercato, delle relazioni tra donne, uomini, denaro, produzione, potenza e ambiente. Ho l'impressione che limitarsi a ripartire dal lavoro sia una scorciatoia che però si avvita su se stessa e non ci porta "oltre", ci riporta indietro.

Cara Liberazione, andiamo oltre Sansonetti.

Ramon Mantovani

L'articolo del Direttore di Liberazione , Piero Sansonetti, pubblicato ieri in prima pagina è sintomatico. A mio parere evidenzia due problemi. Uno è enorme e riguarda una cultura politica vecchia, stantia e foriera di scelte politiche di destra, che si ammanta di nuovismo per descrivere comunisti e antagonisti come falliti e fallimentari. L'altro, più piccolo, anzi microscopico, è banalmente ben rappresentato nello scritto di Sansonetti: un "giornale comunista", il "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista" (così è scritto ogni giorno nella testata di Liberazione ) ha un Direttore che non è comunista (ma questo è il meno) e che pensa a, anzi propone di, anzi si batte per "andare oltre" un partito considerato inutile e dannoso. Sansonetti sa bene che il Prc ha deciso di continuare ad esistere e che la proposta di "andare oltre" è stata bocciata democraticamente. E sa che lo sarebbe stata ancor di più se fosse stata proposta esplicitamente, visto che, magicamente, nel tempo del congresso del partito la proposta di "andare oltre" è stata scientemente occultata. E aggiungo che la direzione di Liberazione , nell'occasione, non ha brillato per autonomia giacché si è adeguata pedissequamente alla tattica congressuale della mozione Vendola.
Io capisco che chi si è battuto per più di un anno per fare un nuovo partito conservi la propria opinione e la difenda. Capisco pure che insista. Ma che tenti di imporla è francamente intollerabile. Nel merito vorrei solo far notare che è una proposta che non sta in piedi, che non ha gambe sulle quali camminare e che oltre che sconfitta è tanto inconsistente quanto vecchia.
Mi spiace doverlo dire così, ma Sansonetti, che non per caso se la prende anche con Bertinotti sulla questione del lavoro, ripropone pari pari il progetto di sinistra di Achille Occhetto. Sbrigative abiure, giudizi sommari del novecento e uso dell'aggettivo nuovo per qualificare il nulla o la riproposizione di cose molto vecchie.
Credo che Sansonetti, e lo credo sinceramente, non si sia accorto che il progetto della rifondazione comunista già da parecchi anni è andato oltre la classica gerarchia delle contraddizioni, oltre il politicismo (che è un aspetto non secondario della critica del potere), oltre la rivendicazione acritica del passato. Non basta dire, come fa Sansonetti, che tutte le contraddizioni sono sullo stesso piano. Bisogna analizzare le connessioni che le legano e capire quali sono i punti critici sui quali agire per rovesciare il sistema, non spogliarsi del proprio antagonismo (e la parola comunista è qualificante nonostante tutto) per diventare la sinistra del sistema che si illude di costruire una propria alternativa facendo la sinistra di governo. Non basta parlare della società, bisogna dire dove sta il motore delle trasformazioni possibili ed "impossibili". In altre parole per criticare il potere bisogna dire se si sta nella società "in basso a sinistra" (come dicono gli zapatisti) o se si sceglie il cielo separato della politica per costruire dall'alto un presunto progetto alternativo di società. Inoltre, per avere un futuro bisogna avere un passato. E il passato, per quanto complesso e pesante, non si liquida ripartendo sempre "da zero". Per esempio, per stare agli esempi di Sansonetti, lo inviterei a considerare lo scritto di Engels L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato e la riforma del diritto di famiglia varato subito dopo la rivoluzione d'ottobre insieme al suffragio universale, per "andare oltre" il pregiudizio secondo il quale marxisti e comunisti sarebbero sempre stati incapaci di vedere al di là della contraddizione capitale-lavoro.
Insomma, mi pare davvero che il Prc si sia incamminato bene per andare oltre il "comunismo di destra" e la sinistra di potere.
E' l'andare oltre di Sansonetti che mi sembra un trapassato remoto.
Per questo penso si debba andare oltre Sansonetti.

Roberto Saviano. Critiche allo scrittore dallo Scientifico di San Cipriano d´Aversa.


"La prossima volta si farà i fatti suoi. Si dice che lo devono uccidere? Sono fatti suoi". "Ora nessuno sta più tranquillo. A noi la camorra non ha dato alcun fastidio"
di Raffaele Sardo

Saviano ha fatto più danni dei clan. Un video testimonia cosa pensano i ragazzi del liceo Scientifico "Fermi" di San Cipriano d´Aversa sullo scrittore minacciato. Interviste-choc: «Ora nessuno sta più tranquillo, a noi la camorra non dà alcun fastidio». Gli investigatori continuano a dare la caccia a Setola. "Repubblica" spiega con i documenti ufficiali perché fu praticamente ritenuto cieco e liberato. Una diagnosi che uno specialista francese boccia ritenendola «una barzelletta».

Fa più danni Roberto Saviano che la camorra. Testimonianze choc dai ragazzi del liceo scientifico "E. Fermi" di San Cipriano di Aversa che, intervistati ai microfoni di Repubblica radio TV, da Giulia Santerini, non hanno avuto alcun dubbio nell´indicare nello scrittore la causa dei disagi che, dicono, si sta vivendo da qualche settimana tra Casal di Principe e i comuni circostanti.

Alle 8 del mattino, quando il cronista si presenta col microfono e la telecamera davanti all´istituto, la prima reazione di alcune centinaia di ragazzi, è quella di scappare. Letteralmente. Ma poi un primo studente rompe il ghiaccio. Ed è l´unico che apprezza Saviano: «Per me è un esempio, perché ha avuto il coraggio di denunciare qualcosa di difficile da combattere». Ma tu senti più coraggio, silenzio o omertà? «C´è molta omertà».

Ecco gli altri, ed è una pioggia di critiche. «La prossima volta si faceva i fatti suoi», fa il primo ragazzo che si avvicina lentamente. «Se stava zitto, stava più sicuro», aggiunge una ragazza. «E´ uno scemo», dice un altro. Perché è uno scemo?, gli viene chiesto. «Perché è meglio che parlava della 167 di Secondigliano invece di parlare della nostra città», dice con aria di sfida. «Se Roberto Saviano non parlava, tutto questo non succedeva stavamo tutti tranquilli», aggiunge subito un´altra studentessa avvicinandosi al microfono. «Se non ci sono nemmeno i pulmini per venire a scuola - si lamenta un´altra - come dobbiamo fare?». E poi spiega lei stessa: «Alcuni pulmini che trasportavano i ragazzi non erano assicurati e così li hanno tolti. E ora siamo in difficoltà». Domanda seguente: quindi voi dite che l´invasione delle forze dell´ordine, è colpa di Saviano? «Sì, sì». Rispondono in coro i ragazzi disposti a semicerchio intorno alla telecamera che non li inquadra in volto perché tutti minorenni. E´ come se Saviano d´un tratto fosse diventato il parafulmine per tutto ciò che sta accadendo da queste parti. Arriva un altro: «Io non ci credo alle minacce. Per me è un altro fenomeno mediatico, come tutto quello che è successo fino ad ora».

«L´unica cosa che sappiamo è che ora nessuno sta più tranquillo». Perché la camorra vi faceva stare tranquilli? «Sì stavamo tutti tranquilli», è la risposta di una ragazza. Ma la camorra ha inquinato il territorio, spaccia la droga - obietta la cronista di Repubblica radio TV. «Ma non è vero», risponde stizzita una ragazza con le treccine. Ma, insomma, la camorra come si fa a sgominarla? «Secondo me - dice un teen ager - noi non dobbiamo fare niente, perché a noi non da nessun fastidio». Altro intervento: «Ci troviamo con quattro posti di blocco ogni mattina fuori all´istituto. L´esercito non fa male alla camorra, fa male a noi». I giudizi si assomigliano tutti. Protestano: «I militari fermano i ragazzi sui motorini e chi non sta a posto ci va per sotto».

Saviano, dicono in coro, ha di fatto portato tutta l´attenzione su Casal di Principe: «Se prima non ci conosceva nessuno, ora ci conoscono tutti quanti per le nostre cose negative. Se venivano qualche mese prima, potevano vedere gli abitanti di San Cipriano e Casal di Principe, quindicimila persone, dietro la madonna per la festa religiosa». I genitori accompagnano i figli ma non si fermano. Una signora dice soltanto. «Non voglio commentare niente».

Si avvicina un altro giovane: è tra quelli che vuole dimostrare di saperla lunga: «Roberto Saviano è una pedina in mano allo Stato. E´ stato sfruttato e adesso è stato abbandonato. Verrà ucciso dai servizi segreti e la colpa ricadrà su di noi». Intanto suona la campanella. I ragazzi si affrettano ad entrare. Il microfono è ancora aperto: c´è qualcuno che vuole dire qualcosa a favore di Saviano? La domanda viene ripetuta ad alta voce un paio di volte. Inutilmente. Non si fa avanti nessuno. Sono le 8,30. Il cancello sta per chiudere. Tra gli ultimi che entrano, due ragazzi con il motorino. Sono senza casco. (17 ottobre 2008)

giovedì 16 ottobre 2008

Vi dico chi sono i nemici di Saviano

di Nichi Vendola - Liberazione 16 Ottobre

Questo ragazzo del Sud, scuro di pelle e con gli occhi inquieti, con quello strano connubio di forza e debolezza che si intuisce già nella sua corporeità, con quel magnetismo che mescola calda vitalità e una malinconia ineffabile. Lo sento sempre così sincero, così impetuoso nei pensieri e nelle emozioni che traduce in scrittura cristallina, in minuziose inchieste sull'indecenza del vivere e del morire nei medioevi post-moderni delle mafie, in pagine aspre e di rara passione (che in questo caso è davvero sostantivo del verbo patire), in documenti di grande letteratura civile. Roberto Saviano è questo ragazzo di meno di trent'anni, meridionale e mediterraneo, che ha realizzato il sogno di ogni ragazzo per accorgersi subito dopo che quel sogno era diventato un incubo. Il sogno di poter fare un lavoro bello e importante, nel suo caso scrivere libri, e il suo allucinato e bellissimo "Gomorra" è diventato addirittura un best-seller planetario. Ma quel libro ha aperto la porta del terrore, ha portato luce dove da sempre aveva vinto il buio, ha narrato il "romanzo criminale" dei Casalesi e dei loro faccendieri, dei loro killer, dei loro impiegati, dei loro interlocutori economici, dei loro protettori istituzionali. Ha squadernato la "banalità del male" della camorra tra Napoli e Caserta, penetrando con forza documentaristica nelle viscere di quella burocrazia dell'onnipotenza criminale che stringe affari e stringe cappi al collo, che fa strage di appalti e fa strage di essere umani con la stessa disinvolta velocità. Il mondo si è improvvisamente accorto della camorra, di un crimine che è radicato negli interstizi più riposti e negli organi vitali della metropoli partenopea, che comanda traffici illeciti di droga e di rifiuti e di qualunque tipologia merceologica inclusi i defunti che sono lottizzati nella rete micidiale delle pompe funebri. Cosa Nostra era stata ciclicamente al centro dell'attenzione dei mass-media, oggetto di raffigurazione letteraria e cinematografica, questione dibattuta nell'arena nazionale ed internazionale.
Invece sulla ndrangheta calabrese e sulla camorra campana ha dominato sempre una sorta di distrazione collettiva, o una forma speciale di omertà programmatica, con l'attitudine a ridurla alle cronache locali di violenze arcaiche. Poi questo ragazzo del Sud, raccogliendo il testimone di generazioni di militanti della legalità, ha trovato una cifra narrativa che ha sfondato il muro di gomma plurimo dell'indifferenza, del cinismo, del folclore giustificazionista. Ha acceso una torcia nella notte opprimente dei boss, di questi giganti del nulla, maschietti gonfi di cocaina e ubriachi di potere, in contesa permanente gli uni con gli altri, abitanti frenetici di un pianeta in cui la vita vale meno di uno starnuto, in cui il diritto è surrogato dallo storto, l'empietà scandisce la gestualità quotidiana di chi allunga e allarga traffici e dominio nel nome di una sotto-società educata al "mordi e fuggi" della ricchezza facile, della ricchezza predatoria, della ricchezza svuotata di qualsivoglia contenuto di bellezza, di giustizia, di umanità. Il successo ha comportato, per Roberto, una condanna a morte, una vita prigioniera di caserme e scorte, la fine immediata di una vita normale. Conosco cosa significa. Leggendo le parole di Saviano che pensa di lasciare l'Italia mi sono sentito oppresso. Chi non conosce la solitudine, quel tipo di solitudine, non può capire. Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell'albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo "buon senso" e dei più vieti luoghi comuni, ti regalano la peggiore delle condanne: appunto una estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un'età, un'esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita. Siamo tutti riscattati dal coraggio di questo ragazzo del Sud. Siamo tutti sconfitti dalla sua stessa inevitabile tristezza. Per questo, per me, per tutti noi, vorrei abbracciare Roberto e sussurargli, con pudore, di non andare via.


16/10/2008

La qualità del “pubblico” - Il Manifesto 14 Ottobre

Scritto da Fausto Bertinotti

La manifestazione dell’11 ottobre dovrebbe indurci a più di una riflessione su di essa, nel bene e nel male, e sullo stato dell’opposizione in Italia. In ogni caso ha battuto un colpo. Ma una qualche ritrovata presenza di piazza rende non meno ma ancor più drammaticamente evidente la formula di Rossana Rossanda: “Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre”.
Potrebbe essere un primo sviluppo della manifestazione la convocazione di un seminario o di un’assemblea o di un convegno per incominciare a parlarne pubblicamente. Il bisogno di organizzare luoghi e modi di un confronto a sinistra non è ormai minore di quello dell’organizzazione del conflitto. Intanto, almeno per non lasciare cadere l’importante sollecitazione di Rossana Rossanda, sarà bene che ognuno cominci a dire la sua su di essa, anche sommariamente e provvisoriamente. Sulle cinque osservazioni che Rossana pone a base del suo ragionamento vorrei dire che nel loro impianto generale non solo sono largamente condivisibili, ma credo sia utile, da parte di quella sinistra che ha subito una drammatica e storica sconfitta, ricordare che parti di essa hanno sostenuto queste tesi anche negli anni scorsi, seppure spesso in condizioni di isolamento e molte volte senza neppure farsi forza di un sostegno reciproco. Costituisce in sé un problema politico il fatto che chi ha, all’ingrosso, avuto ragione nella critica a questo capitalismo sia impotente, e persino silente, di fronte alla sua crisi.
La condizione sostanziale dello scheletro proposto da Rossana consente e sollecita, per la stessa complessità delle tesi, degli approfondimenti in cui possano utilmente farsi luce anche differenze interne allo schema il cui confronto possa rivelarsi utile nella ricerca della proposta programmatica. Per parte mia vorrei proporre tre sotto-osservazioni. La prima riguarda il neoliberismo. Esso ha mostrato di sapersi articolare lungo diverse varianti (Usa ed Europa), sicché non le sono impedite né le politiche monetarie espansive, né la domanda di intervento pubblico. La sua caratteristica intrinseca consiste nel poter scegliere tra politiche diverse in funzione della conferma di un nucleo duro che deve valere nella fase espansiva, come in quella recessiva, come nella crisi che accende una nuova ristrutturazione dell’economia. Il nocciolo duro è la piena e, secondo la sua volontà, irreversibile liberalizzazione del mercato del lavoro che deve sempre essere governato secondo il basso salario, l’alta flessibilità e la diffusa precarietà. La seconda osservazione riguarda l’apparato produttivo italiano. Qui, quell’universale nocciolo duro si accompagna, come sappiamo, ad aree di economia nera e grigia, con lavoro nero ed evasione fiscale. Ma la ristrutturazione della media industria italiana sempre più internazionalizzata, la performance nell’esportazione di alcuni settori produttivi che colloca l’industria italiana appena sotto la potente vicina tedesca, la vitalità e la sua capacità di riorganizzazione su basi territoriali dinamiche sono caratteristiche che non consentono di qualificare questa realtà come arretrata. Va certo discussa la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati (ah, la politica industriale!), ma assai più radicalmente, credo, la sua composizione merceologica, il cosa produrre. Oltre, va da sé, la decisiva contestazione della distribuzione del reddito e del potere tra capitale e lavoro, distribuzione oggi semplicemente repellente. La terza osservazione riguarda ciò che Rossana Rossanda definisce la “demenza” dei dirigenti che hanno mandato a picco grandi enti finanziari, banche e assicurazioni. Vorrei dire che dal punto di vista del capitalismo globalizzato c’è una logica in questa “demenza”. Opposta, eppure simile, a quella di Trichet che, anche di fronte alla crisi, testardamente ha tenuto a lungo alto il costo del denaro. Quella logica va rintracciata nel perseguimento del contenimento, anzi nel blocco, della dinamica salariale, a qualsiasi costo, di riffa o di raffa. Greenspan e i grandi managers delle banche americane si devono essere detti: come si fa a tenere su la domanda se i salari non la possono alimentare? La risposta è stata: con l’indebitamento dello Stato e delle famiglie. Inventandosi, cioè, ciò che Bellofiore chiama la figura del “consumatore indebitato”. Questo imbroglio è saltato ed è esplosa la crisi, la crisi del “capitalismo finanziario globalizzato” (Guido Rossi). Ed è esplosa malgrado la liaison tra i sistemi delle economie emergenti (Cina e India) e quello statunitense. La crisi fa emergere i suoi nodi strutturali. Non parlano di questo la questione energetica e quella alimentare, oltre all’esigenza del sistema di tagliare i salari e, contemporaneamente, di sostenere la domanda?
Ha ragione da vendere Rossanda a dire che la sinistra non esiste se non fronteggia la crisi del suo avversario (anche perché quello finirebbe altrimenti per risolverla contro tutti coloro le cui ragioni e speranze la sinistra dovrebbe interpretare). Le proposte che Rossana Rossanda avanza mi pare vadano nella direzione giusta. Partiamo da qui, cogliamo l’occasione e apriamo una discussione collettiva. Rossana pone due punti di partenza: un contenuto, l’intervento pubblico in economia, e uno spazio da riempire da sinistra, l’Europa. So che non è buon metodo aggiungere tema a tema, troppo grande diventa altrimenti il rischio di dispersione e di perdita del contatto di confronto. Se trasgredisco alle norme è perché credo che Rossana per prima sarà d’accordo nel legare ad essi il tema del lavoro. Non è un omaggio al classico, è l’individuazione di un terreno di scontro cruciale oggi e qui, anche per affrontare da sinistra il discorso sull’Europa e sulla natura dell’intervento pubblico.
L’intervento pubblico nell’economia c’è e ci sarà. Nella nuova fase che si è aperta non è il “se” che può fissare il clivage tra destra e sinistra, ma il quanto, il come e a che scopo deve realizzarsi l’intervento pubblico. La sua natura è perciò la ragione della possibile contesa. Chi ha spiegato che l’economia per funzionare deve negare l’intervento pubblico, spiegherà che per rimettere in piedi l’economia di mercato (si sottintende, cioè, l’unica possibile) ci vuole l’intervento pubblico: un nuovo servo perché il signore (il mercato) continui ad esercitare la sua signoria. Penso come Rossana che la sinistra debba accettare la sfida (proponendo invece che il sostegno puro e semplice alle banche una guida pubblica dell’intervento pubblico), e, contemporaneamente, alzarla. Accettarla nel senso che non c’è ragione alcuna perché la sinistra debba accettare di far affluire denaro pubblico al fine di salvare grandi aziende finanziarie, senza porre il problema della responsabilità nelle gestioni che hanno portato alla crisi e senza porre, di conseguenza, il tema dell’assetto proprietario delle imprese salvate. Ma anche alzare la sfida, perché il carattere pubblico dell’impresa non costituisce in sé una garanzia di cambiamento non fosse altro perché la cultura economica dei managers pubblici non differisce sostanzialmente da quelli privati sulla concezione del mercato, della competitività e della produttività. Se il pubblico deve intervenire nell’economia (e deve), allora sono il cosa, il dove, il come, il per chi produrre che devono venire in discussione con esso e attraverso di esso. Il modello di sviluppo che in questi 25 anni è stato imposto dal capitale all’Europa è lo sfondo strutturale della crisi. L’intervento pubblico dovrebbe sostenerne la riforma, una riforma che costringa il mercato ad un nuovo compromesso con l’affermazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’esigenza di sottrarci alla catastrofe ambientale, con le frontiere di una nuova cittadinanza e della ricostruzione della democrazia. Dovremmo tornare a parlare di programmazione, cioè di un assetto di società da perseguire in un tempo definito? E’ probabile.
Se cominciassimo a discutere di questo, insieme e continuativamente, sarebbe una buona notizia anche per chi era a Roma a manifestare l’11 ottobre.




Fausto Bertinotti
da Il manifesto del 14 ottobre 2008

martedì 14 ottobre 2008

11 ottobre: oltre alla nostalgia, in piazza c'è anche la sinistra

di Franco Giordano

La sinistra c’è. Non bastano leggi elettorali truffaldine o trovate furbette come il voto utile per cancellare le istanze e le speranze, le necessità e i sogni, di milioni di persone. Le alchimie istituzionali possono, violentando i criteri fondanti della democrazia reale, togliere a quei milioni di persone il diritto alla rappresentanza, non quello all’esistenza e alla lotta. La sinistra c’è. Lo ha provato sabato scorso a Roma.
Non lo hanno dimostrato i suoi malridotti partiti, i gruppi dirigenti, i ceti politici. Lo ha dimostrato il suo popolo, riempiendo aldilà di ogni previsione le strade della capitale, riempiendo con i mille canali della comunicazione spontanea il vuoto dell’informazione mediatica. Anche questo ha dimostrato l’11 ottobre di Roma: che neppure la strategia del silenzio con la quale i grandi media hanno cercato e cercano di soffocare la sinistra sociale e politica è invincibile. Abbiamo la forza e i mezzi per infrangere da soli quel muro di silenzio.
Ai diktat di una comunicazione verticale e abituata alla massima promiscuità col potere possiamo opporre una comunicazione di tipo opposto. Orizzontale, autonoma, dal basso.La sinistra c’è, e la sua presenza massiccia e combattiva è l’elemento significativo, per le sorti dell’intero paese che la giornata di sabato. Di fronte a questo dato non avrebbe molto senso mettersi a discutere sui caratteri di quella grande manifestazione. I giornali hanno parlato di “giornata dell’orgoglio comunista” e c’era davvero anche questo nelle strade della capitale, c’era l’orgoglio e la rabbia di chi si sente sottoposto a un assedio feroce, di chi reagisce sbandierando la propria identità a chi vorrebbe desertificare una volta per tutte l’intera sinistra: la sua rappresentanza, la sua cultura, la sua storia.
Ma c’era molto, moltissimo altro. Insieme alla rivendicazione del passato, perché questo e non altro è l’orgoglio identitario, c’era il desiderio e l’attesa del futuro. Insieme alla manifestazione della propria esistenza c’era la richiesta imperiosa di tornare a contare, a pesare sui destini di questo paese, a influenzare con la forza del proprio impianto culturale e della propria idea di società alternativa anche quelli che con la sinistra ritengono di aver poco a che spartire. C’era la voglia di non farsi chiudere in un ghetto.
Ma qualcosa, in quella pur importantissima giornata, invece non c’era, e sarebbe miope fingere di non essersene accorti. Non c’erano, o c’erano in misura minima, quelli che avevano manifestato il giorno prima in tutte le città d’Italia: gli studenti. E non c’erano i professori, gli operai impegnati a fronteggiare un attacco che mira a smantellare il caposaldo stesso della loro rappresentanza, il contratto nazionale. Non c’erano, anzi non c’erano ancora, i conflitti reali.
E’ un rischio grosso, esiziale, quello della separazione tra rivendicazione politica e conflittualità sociale. Se si determinasse uno scarto incolmato, allora sì che si potrebbe davvero parlare di manifestazioni identitarie. Non dobbiamo permetterlo, e meno di tutti deve permetterlo chi si propone un obiettivo tanto ambizioso quanto la costruzione di una nuova soggettività della sinistra, capace di revocare l’egemonia che il capitalismo esercita oggi in ogni campo: sociale, politico, culturale.
Dobbiamo sapere che quel soggetto o nascerà nel vivo dei conflitti sociali che sono alle porte, intrecciando da subito politica o e conflittualità sociale, o non nascerà affatto. E dobbiamo sapere che o la sinistra riuscirà a costruire subito un nesso forte tra momenti come quello di sabato scorso e le mille espressioni diffuse del conflitto sociale, oppure la sua partita sarà persa in partenza.

giovedì 9 ottobre 2008

"Comunismo, parola indicibile" 5

Il limite è l'obbedienza?

di Piero Sansonetti

Mi pare che Alberto Burgio sostenga tre idee fondamentali. Le riassumo (il meno faziosamente possibile). La prima è che l'autonomia di ogni giornale è giusta ma deve essere relativa. Non esiste autonomia assoluta. E i limiti di questa autonomia sono due: il mercato e la proprietà.
La seconda idea è che l'autonomia è da salvaguardare solo quando c'è accordo tra giornale e proprietà (nel nostro caso tra giornale e partito, in altri casi tra giornali e imprenditori privati) altrimenti non serve a niente, non funziona, crea danni. E le persone responsabili devono rendersi conto di questo principio di realtà, se non vogliono restare bambini un po' scemetti.
La terza idea è che questo accordo, questa comunione di pensiero tra giornale e proprietà (e partito) esisteva - nel caso di Liberazione - prima del congresso di Chianciano, ma ora non esiste più, o almeno non esiste su alcune questioni fondamentali, e quindi «il giocattolo non funziona più».
Provo a rispondere a Burgio. Sul primo punto non ho molto da dire. La mia idea è diametralmente opposta alla sua. Sono da sempre convinto che l'informazione esiste ed è libera - e dunque garantisce il funzionamento della democrazia - solo se si sottrae alle regole del mercato e della proprietà. Penso che l'informazione sia una sorta di «servizio pubblico democratico» e non una attività commerciale e neppure l'espressione di una attività politica. Vado ripetendo queste cose da anni, ci ho costruito sopra tante battaglie, già dai tempi dell' Unità . E' difficile che ora, sul filo dei sessant'anni, possa rassegnarmi alla vittoria di quello che Burgio chiama il principio di realtà, cioè la legge del comando, del potere. Non so se la difesa di queste posizioni sia segno di fanciullezza, ma se lo è non me ne vergogno. Il vecchio Pci queste cose le aveva capite.
Sul secondo punto (e anche sul terzo) avrei molte cose da obiettare. Certo che tra il giornale e il partito proprietario ci deve essere una area vasta di idee comuni. Penso che ci sia. Cito qualche tema: l'immigrazione, i diritti dei lavoratori, la lotta tra salari e profitti, il femminismo, l'ambientalismo, la democrazia come lotta alle gerarchie e al potere, il garantismo, l'antifascismo, la giustizia sociale, la libertà sessuale e la libertà della cultura, la battaglia contro una società subordinata al capitale, i diritti delle donne, la laicità dello Stato...
Su questi temi esiste l'assonanza politica. E in genere Liberazione è all'avanguardia (su posizioni un po' più radicali di quelle del partito, ma questo è normale). Non sono i temi fondamentali? Gli argomenti sui quali bisogna parlare alla società? O invece l'argomento fondamentale è il tipo di organizzazione che si dà la sinistra, e il partito della Rifondazione? Se la risposta è la "seconda che ho detto", vuol dire che non avevo capito qualcosa, e in questo caso è giusta la richiesta di Burgio e cioè quella di porre all'ordine del giorno il problema della direzione di Liberazione.
Credo che Burgio e altri (molti altri che in questi giorni stanno scrivendo articoli a valanga, interventi nei siti web, petizioni, eccetera, contro il giornale e contro di me) farebbero bene a uscire allo scoperto e a porre formalmente la questione: «Vogliamo cambiare il direttore di Liberazione». Altrimenti diventa una discussione finta e da paurosi.


"Comunismo, parola indicibile" 4

C'è un limite all'autonomia

di Alberto Burgio


In effetti è difficile dare torto a Piero Sansonetti e a molti redattori di Liberazione che hanno preso parte a questa discussione sul ruolo e le sorti del giornale. Reclamano autonomia: come non essere d'accordo? Chi se la sentirebbe di negare che l'autonomia sia un bene prezioso? Chi sarebbe tanto stravagante da non aspirare alla propria autonomia o tanto ingiusto da conculcare quella altrui? Le rivendicazioni del direttore e dei giornalisti di Liberazione sono di per sé inoppugnabili. C'è solo un piccolo problema, che ha a che fare, per dir così, con il principio di realtà.
Il problema è, banalmente, questo: chi risponde delle conseguenze dell'autonomia? Basta poco, infatti, per accorgersi che qualcuno, prima o poi, dovrà renderne conto. Ogni azione produce effetti e ogni effetto implica responsabilità. Crescendo, ciascuno lo impara (dovrebbe impararlo), spesso a proprie spese. Non si tratta di una scoperta piacevole, ma è un'esperienza indispensabile a diventare adulti.
Ne deriva un corollario: per quanto possa dispiacere, l'autonomia ha sempre un limite. Per un giornale, nei (rarissimi) casi - uno di questi è "il manifesto" - in cui si mantiene da sé, il limite è posto immediatamente dal mercato. Quand'è così, c'è poco da discutere. Devi farcela guadagnandoti giorno per giorno la fiducia di una quantità di lettori sufficiente a far quadrare i bilanci. Immagino non sia uno scherzo, soprattutto di questi tempi.
Altrimenti il limite è costituito dalla proprietà. Così è per "Liberazione", proprietà del Prc (al quale difatti si chiede di fronteggiare una situazione finanziaria disastrosa). In questi casi è necessario che tra giornale e proprietà vi sia accordo: un modo di convivere che concili le legittime istanze di autonomia dei giornalisti con le non meno legittime esigenze della proprietà (deve pur esserci una ragione per farsi carico di spese, rischi ed eventuali perdite).
I limiti dunque esistono, salvo forse che nel Paese delle meraviglie. Del resto, fino a qualche tempo fa tutti sembravano averne coscienza. Fino al 2006, la linea politica di "Liberazione" era sufficientemente armonica rispetto a quella del partito o, meglio, della sua maggioranza. Si può discutere se, nel riflettere la linea della maggioranza di Venezia, il giornale tenesse adeguatamente conto anche del dibattito interno al Prc. Sta di fatto che, sino a un paio di anni fa, tra partito e giornale le cose sono andate abbastanza lisce (il che non toglie che si fossero verificate di tanto in tanto fisiologiche divergenze e frizioni). Poi qualcosa è successo.
Molto semplicemente, si è cominciato a discutere del ruolo di Rifondazione comunista e delle sue sorti. Se ne è teorizzato il «superamento». Si è sostenuto che è ormai tempo di piantarla col comunismo. Si è giunti a dire che essere o meno comunisti è una questione intima e che «comunismo» è parola «indicibile» (il che in italiano - linguaggi privati a parte - pare significhi «impronunciabile» perché impresentabile). Da quando è cominciata questa discussione, "Liberazione" ha cambiato partita.
Nel sacro nome dell'autonomia, si è subito schierata con coloro che sostenevano la necessità di «andare oltre Rifondazione», contro la parte (già maggioritaria) che difendeva il partito. Durante il Congresso di Chianciano è entrata nel dibattito come parte in causa, appoggiando la proposta della Costituente della sinistra e attaccando (o discriminando) le altre posizioni. Ancora dopo il Congresso ha proseguito questa sua battaglia, nonostante le tesi "oltriste" fossero state battute e il partito si fosse dato un'altra linea, nel segno del rilancio del Prc, quindi del rifiuto di confluire in un nuovo partito post-comunista.
Ora, sembra evidente che l'esercizio dell'autonomia, non più nel quadro di un rapporto armonico con il partito ma - al contrario - in una pratica di opposizione frontale, qualche problema lo crea. Per un motivo semplicissimo: finché c'è accordo, si tutelano entrambe le parti. Si salva l'autonomia (relativa) del giornale, e si rispetta al tempo stesso il diritto del partito di ottenere dal giornale sostegno alla (e un'adeguata rappresentazione della) propria linea politica. Ma quando l'accordo non c'è più, anzi è escluso a priori, allora una parte soltanto (il giornale) afferma le proprie posizioni, mentre l'altra (il partito, ridotto a nuda proprietà) può al più sperare che le sue scelte vadano a genio al giornale: dal quale non può pretendere nulla, pena l'infamante accusa di violarne l'autonomia.
È chiaro che così il giocattolo non funziona. Questa asimmetria non è sostenibile, poiché pone la redazione e soprattutto la direzione del giornale in una posizione che non ha eguali. Tutti - a cominciare dal segretario del partito, pure eletto da un Congresso - debbono tener conto del contesto che consente loro di esistere e di operare. Debbono costruire mediazioni, fare sintesi. E' un principio generale e non derogabile, al quale nessuno dovrebbe tentare di sottrarsi

"Comunismo, parola indicibile" 3

E’ scandaloso cercare le parole dell’alternativa possibile?
di Rina Gagliardi

Mi si consenta una premessa quasi del tutto irrituale: questo non è un articolo sul comunismo, o sull'identità comunista. Non è possibile condensare un tema di questa portata (storica, teorica, e così via) in sette o ottomila battute. Questo articolo, piuttosto, è un inizio di riflessione sul rapporto tra identità e politica, tra ideologia e pratica della trasformazione, a partire dalla frase di Fausto Bertinotti - che tanto scalpore ha suscitato - sulla "indicibilità" oggi del comunismo.
Ovviamente, si tratta di una riflessione personale, anche se ho avuto modo di parlarne direttamente con l'ex-segretario del Prc, proprio mentre dettava alle agenzie la sua (seconda) stimolante provocazione: "io sono comunista". Con essa, Bertinotti non intendeva, nient'affatto, smentire lo scoop di Bruno Vespa, come di solito fanno i politici, ma rovesciarne radicalmente il senso. Qual era l'obiettivo, in effetti, della notizia lanciata giovedì pomeriggio come promotion del Viaggio in Italia appena uscito in libreria? Quello di gettare una bomba ideologica: l'abiura "definitiva" di Bertinotti, sul quale già da tempo pendono tanti sospetti. L'ex-segretario del Prc, a vent'anni dalla Bolognina, che reitera la liquidazione occhettiana, fatte salve tutte le differenze (soprattutto quantitative) tra Pci e Rifondazione comunista. L'ex-presidente della Camera, oramai "imborghesito", che si pente e arriva a dichiarare pentimento. Una tale rappresentazione, o meglio una tale narrazione falsificante, rischia di "passare" anche nelle file del Prc - una delle grandi debolezze del nostro partito non è forse la prassi diffusa di leggere la realtà, e soprattutto la politica, attraverso gli occhiali del sistema mediatico? Dunque, anche ai fini di una discussione magari aspra ma forse anche utile, è essenziale sgomberare il campo sia da ogni strumentalità, sia dalla subalternità ai "sensazionalismi" di agenzia.

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Qual è allora il tema reale che Bertinotti pone al dibattito? Non l'archiviazione dell'identità comunista, ma la sua capacità, come tale, di riuscire, nella crisi attuale, a tradursi in organizzazione di massa e quindi in iniziativa efficace di trasformazione: insomma, è il rapporto con la politica, non la rinuncia all'ideologia o all'ambizione strategica. Un tema, a ben vedere, classico, che tante volte si è presentato nella storia del movimento operaio: che cosa debbono proporsi e fare i comunisti, come concretamente devono investire la loro weltanschung , le loro idee, le loro proposte - qui ed ora, in questa durissima fase della storia d'Italia, d'Europa, dell'Occidente. Detto in breve: i comunisti non possono mai limitarsi ad essere, come in una sorta di acquietamento "ontologico": sono ed esistono in quanto, come diceva Marx, a differenza dei filosofi non basta loro interpretare il mondo. Sono quelle e quelli che intendono cambiarlo.
Ora, non solo queste premesse, ma la sostanza del problema posto da Bertinotti, a me paiono difficilmente contestabili. Fino agli anni 60 e 70, dichiararsi socialisti o comunisti - nonché militanti di una forza socialista o comunista - non solo non comprometteva, di per sé il rapporto "con le larghe masse", ma comunicava qualcosa che per tutti era chiaro, definito, comprensibile. Anche con l'interlocutore più lontano o resistente, cioè, era comunque possibile stabilire un rapporto politico. Oggi non è più così: parole come "comunismo" e "socialismo" sono diventate opache - incomprensibili e mute per i più, meri residui del secolo scorso per i più (pochi) informati. Oggi, del resto, nella società sbriciolata, individualizzata, impaurita, tutte le culture politiche maggiori del 900 - tutti gli ismi - hanno perduto ogni forza evocativa e ogni capacità comunicativa: e questa afasia è certo parte integrante della drammatica regressione in corso, indotta dal capitalismo neoliberista e cresciuta nel "disorientamento" della globalizzazione.
Se questo è, all'incirca e all'ingrosso, lo stato delle cose, se ne potrebbe concludere, sempre all'incirca, che "tutto è perduto" - e che la politica (la politica, non solo le elezioni!) è una sfera oramai riservata alle soggettività di destra o centriste, alle tendenze neoautoritarie e a-democratiche, ad un populismo antipolitico che galoppa un po' dovunque. Ma non è questa la conclusione a cui arriva Bertinotti: l'unica strada che vale la pena di percorrere - che i comunisti possono tentar di percorrere - è quella della costruzione di un nuovo, grande, unitario soggetto di sinistra. Un progetto che mette in discussione, senza reti di protezione o autotutele, l'esistente, giacché è in gioco (e forse siamo già fuori tempo massimo) l'esistenza stessa della sinistra - tutta e in quanto tale. Un ricominciare, in politica, a partire dalla dimensione più aggregante possibile e non aprioristicamente escludente. Un riposizionarsi là dove la forza del capitalismo, ivi compresa la violenza delle sue crisi, e delle destre sono più agevolmente combattibili.
E' ovvio che questo soggetto (non necessariamente un partito) si declina come anticapitalistico, femminista, ambientalista, democratico, libertario, antirazzista, capace cioè di inverare politicamente i contenuti concreti - possibili - di una identità alternativa. E' quasi altrettanto ovvio che si tratti, come ha scritto Marcello Cini, di una "sinistra senza aggettivi": perché non c'è sinistra, oggi, che non abbia come propria ragion d'essere l'opposizione radicale al capitalismo - non solo al crac selvaggio dei mercati finanziari, non solo alla logica dell'impresa e del mercato come principio unico e sovraordinatore della società, ma alla mercificazione della scienza, della conoscenza, della cultura, nonché al modello di sviluppo che porta dritti alle catastrofi ambientali preconizzate da Attali.
Tutto questo potrebbe - dovrebbe - essere l'impegno prioritario dei comunisti e delle comuniste. I quali - ecco un'altra frase di Bertinotti che a suo tempo destò scandalo - sono già nei fatti, volenti o nolenti, una "corrente culturale", anche se credono di essere strutturati in quattro, o diciamo pure due, forze politiche. Il confine tra piccole formazioni che non incidono nei processi reali (sociali e politici) e, talora, neppure si propongono di agire dentro di essi in termini efficaci e credibili, e aggregazioni di natura sostanzialmente culturale, eo propagandistica, è in fondo molto sottile. E la soglia da ri-conquistare non è solo quella (elettorale) di sbarramento: è l'egemonia. E' la capacità, oggi perduta, di (ri)entrare nell'immaginario collettivo di larghe masse e di avere un senso nella e per la loro vita. Un obiettivo improbo, già, ma che forse non è impossibile proporsi - e che è alla portata di una grande rinnovata sinistra.

***
Ma dunque il problema tornerebbe ad essere quello del Nome, proprio come accadde tra l'89 e il '91? Naturalmente no. Se è vero che "nomina sunt essentia rerum", secondo l'antico motto (medioevale, mi pare), è vero altresì che i comunisti non dismettono il loro chiamarsi comunisti, all'interno di una più vasta (e certo più indefinita) aggregazione politica di sinistra: semplicemente, non possono imporre ad essa la loro identità - il loro nome. Era questo che intendeva Bertinotti quando parlava del comunismo come "corrente culturale" (altra frase considerata scandalosa), ipotizzando che esso continui a vivere autonomamente in altre sedi, in altri luoghi, in altre forme. Ma anche qui, fuori dagli scandalismi facili e dalle pur comprensibili emotività, chi ha detto che i comunisti e le comuniste danno vita, sempre e comunque, ad un Partito comunista? L'unica forza alternativa consistente, che oggi esiste in Europa, è in Germania: si chiama, tout court, "Die Linke", "La Sinistra" e tra i suoi soggetti promotori c'è la Pds, "Partito del socialismo democratico". L'unico sub-continente che va a sinistra, l'America latina, non ha alla sua guida forze che, nel loro nome, si richiamano al comunismo - e, al di là delle diverse dosi di entusiasmo, non c'è tra di noi chi dubiti del valore del processo in corso in Venezuela, Bolivia, Ecuador. Lo stesso Prc non sentì il bisogno di chiamarsi, appunto, Rifondazione, ad indicare visibilmente la necessità di riaprire un percorso e una ricerca, oltre il richiamo ad un passato e ad una storia da preservare? Viceversa, denominarsi "Partito Comunista" non è mai stato, e non è oggi, garanzia in sé e per sé di spirito rivoluzionario, anticapitalista o innovativo - come ci testimonia in questa fase il più grande Pc del mondo, quello della Cina, o come ci hanno concretamente dimostrato i Partiti comunisti che hanno avuto il potere statuale. Perfino Pol-Pot, sterminatore di milioni di boat people, si diceva comunista. Si può certo replicare che no - che invece e all'opposto proprio questa sia la discriminante decisiva, l'assunzione di un nome. Curiosa manifestazione di ontologismo nominalistico.
Ma anche questo nome, mi pare, avrebbe bisogno di esser definito - reso trasparente ai nostri stessi occhi. Chi, come me e qualcuno più importante di me, continua a dirsi comunista, non si riferisce certo alla tradizione che, nel suo insieme, è andata sotto il nome di Terza Internazionale. Quando mi dichiaro comunista - e lo farò finché avrò lucidità e razionalità - penso a Rosa Luxemburg, ad Antonio Gramsci, a quel filone del "comunismo italiano", del movimento sindacale, del socialismo di sinistra, che ha avuto alla sua testa dirigenti come Pietro Ingrao, Lelio Basso, Bruno Trentin, Raniero Panzieri - ed altri che non cito. Penso al Sessantotto e a quella grande stagione che dall'autunno caldo produsse i consigli operai e un embrione diffuso di contropotere. Penso a Walter Benjamin e alle sue fondamentali Tesi sulla filosofia della storia . E penso anche al Mahatma Gandhi, dal quale ho imparato molte cose e in compagnia (simbolica) del quale mi trovo molto meglio che con Stalin, Breznev o Ceasescu. Rispetto, fino in fondo, coloro che, quando dicono "comunismo", continuano a pensare, invece, alla "nazionalizzazione dei beni di produzione", al Partito Unico, al sindacato di Stato (come quello che organizza oggi in Cina circa duecento milioni di lavoratori e lavoratrici, ma sconsiglia e scoraggia lo sciopero perché turberebbe l'"armonia sociale") - e che ritengono, sotto sotto, che l'unico problema sia quello della conquista - ieri, oggi e domani - del potere centrale. Rispetto, ma mi colloco a mille miglia di distanza da una cultura politica che è stata battuta e che anzi ha clamorosamente fallito. Eppure, mi sento e mi dico comunista.