Rifondazione per la Sinistra - Caserta

Questo è il blog di Rifondazione per la Sinistra della provincia di Caserta.
Rifondazione per la Sinistra è un’area programmatica, politica e culturale di sinistra.
Nasce dal documento “Manifesto per la Rifondazione” presentato al 7° congresso di Rifondazione Comunista e con prima firma Nichi Vendola.
Ha l’ambizione di raccogliere al suo interno persone e soggetti provenienti da differenti organizzazioni e diversi percorsi politici.
Ha come obiettivo l’avvio di un processo costituente di un nuovo soggetto politico della sinistra.

scriveteci all'indirizzo casertapervendola@gmail.it

venerdì 24 ottobre 2008

Di seguito e in allegato due idee, due riflessioni sul che fare, ma anche, crediamo, due stili diversi di discussione.

Da una parte il direttore di liberazione, Sansonetti, che continua ad esprimere con grande sincerità e fermezza la sua idea riguardo a ciò di cui crede abbia bisogno ora la sinistra, idea comunemente definita "oltrista": andare oltre rifondazione, oltre le nostre certezze, oltre la quotidiana professione di comunismo, arroccati a difesa di una fortezza che traballa, proprio ora che nel mondo, quello reale, a traballare sono le fondamenta del pensiero unico neo liberista, insieme alle certezze e le speranze di tante persone normali in carne ed ossa. Dall'altra Mantovani, che si associa con questo scritto alla schiera di chi, come giorni fa alberto Burgio ("...un modo di convivere che concili le legittime istanze di autonomia dei giornalisti con le non meno legittime esigenze della proprietà...deve pur esserci una ragione per farsi carico di spese, rischi ed eventuali perdite"), continua a considerare fastidoso un direttore che, nonostante la sua idea sia stata sconfitta al congresso di chianciano, continua, instancabilmente, ad esporla. Continuare ad esporre un'idea non significa volerla "IMPORRE"...così come aver perso un congresso (con i numeri e le modalità che tutti ricordiamo) non significa che quella idea non possa avere più cittadinanza. Sembra che, al di là dei temi che tratta e su cui si schiera il nostro giornale, (temi rispetto ai quali immagino tutti i compagni del nostro partito si riconoscano, ambientalismo, lotta al precariato, femmismo e lotta al patriarcato, antirazzismo etc), ad alcuni autorevoli esponenti della maggioranza del nostro partito interessi più stigmatizzare lo "scandalo" di un direttore di un quotidiano comunista che, pur non considerandosi più comunista, ha scelto di lavorare al fianco dei comunisti. Di un direttore che continua a parlare, solo in merito al futuro di rifondazione in verità, in dissonanza con la maggioranza. L'impressione è che di fronte a un ragionamento politico, più o meno condivisibile, ma articolato, non si riesca ad andare oltre la scontata riproposizione de "l'idea di sansonetti è stata sconfitta al congresso", o peggio, de "andiamo oltre sansonetti". Sembra che ad essere riproposta sia la buona vecchia idea (fallita, sui territori, persino nella stessa maggioranza...come nel nostro CPF) di GESTIONE UNITARIA: "gestiamo" tutti uniti, ma cosa si può dire e fare, dove si va, lo dice chi ha vinto. Tutti uniti, insomma, nella linea politica della maggioranza (?)
saluti a tutti

la redazione

Caro PRC, andiamo oltre!

Piero Sansonetti

Io penso che la sinistra italiana abbia una sola speranza di sopravvivere, di riprendere il suo cammino, cioè di tornare a fare politica: "andare oltre".
Cosa vuol dire? Vuol dire non fermarsi alla difesa delle proprie certezze e delle poche casematte non ancora rase al suolo. Penso che se la sinistra si accontenta di difendere se stessa - o il residuo di se stessa - è condannata alla scomparsa, alla resa.
Voi sapete benissimo che usando questa espressione ("andare oltre") sollevo una polemica. "Andare oltre" è una espressione che Liberazione adoperò più di un anno fa, all'inizio dell'estate 2007, in un famoso titolo di prima pagina, per proporre la formazione di una nuova forza politica della sinistra, più larga e complessa dei partiti di allora (che poi sono gli stessi di adesso). La proposta fu respinta con un certo sdegno. Si decise, come ricordate, per una alleanza elettorale che non scalfisse l'organizzazione dei partiti.
L'altro giorno Claudio Grassi, cioè uno degli esponenti più prestigiosi dello schieramento che ha vinto il congresso di Rifondazione, è tornato a polemizzare con noi proprio con un articolo su Liberazione . Ha scritto: «La sinistra italiana si regge in larga misura sul ruolo e sull'iniziativa dei comunisti... quel lungo corteo ( il corteo dell'11 ottobre ndr) va preso molto sul serio... accantonando una volta per tutte la velleità controproducente, irragionevole, dell'"andare oltre" e del costruire una "sinistra senza aggettivi"».
Non sono affatto d'accordo con Grassi. Penso che la sua - se mi permettete la battuta - sia una posizione "tolemaica". Cioè che pone la terra al centro dell'universo e si rifiuta di capire - come capitò alla Chiesa cattolica - che non è più così, che Galileo ha ragione, che la terra esiste, è importante, ma non è il tutto e non è centrale. Il rifiuto di andare oltre, la paura di uscire all'aperto - dopo una sconfitta effettivamente terribile come è stata la sconfitta elettorale di primavera - temo che possa portare solo alla paralisi, alla rinuncia, alla sostituzione della politica con l'autocontemplazione. Se non voglio più andare oltre, se rinuncio all'obiettivo della trasformazione - per come vedo io le cose - è come se rinunciassi all'orizzonte, e quindi alla possibilità di crescere, di vincere, persino di combattere. Se non aspiro ad andare oltre - credo - non aspiro più a fare politica.
Cosa vuol dire andare oltre? Rinunciare alle proprie radici, alla propria storia, al comunismo? Non vuol dire rinunciare né alla storia né alle radici. E neppure alla forza indiscutibile di alcuni punti di vista, che sono quelli che danno senso alla sinistra, perché sono più solidi, più forti dei punti di vista moderati. Il comunismo però, se diventa la bandiera di una cittadella assediata e niente di più, finisce con l'assumere un valore conservatore. Diventa "comunismo di destra". Credo che spesso nella storia del movimento operaio sia esistito un comunismo di destra, che frena il rinnovamento e contiene la carica radicale della sinistra. Credo che nel Pci sia stato comunismo di destra quello amendoliano, per un lungo periodo, e quello cossuttiano. Che tendevano a legare il partito all'Unione sovietica, e alle sue barbarie, e lo rendevano in questo modo subalterno al centrosinistra in Italia. Il comunismo di destra, in quegli anni, era filosovietico e filogovernativo, non condannava l'imperialismo russo e sosteneva una politica di accordi e compromessi in politica interna.
Io temo che oggi il partito più importante della sinistra, e cioè Rifondazione, rischi di tornare a chiudersi in una idea di difesa della fortezza, in cui l'unica cosa che conta è la propria sopravvivenza e la sopravvivenza delle proprie bandiere e della falce e martello. E io temo che se fa così è perduto.
Non mi pare che ci sia altra via percorribile se non quella di ripartire da zero. Cioè di ricostruire il punto di vista della sinistra e la possibilità che questo punto di vista conti, produca frutti, cioè entri nella battaglia politica. Ripartire da zero vuol dire rinunciare alla ripetizione delle proprie certezze novecentesche. E' un ripudio del comunismo? Personalmente da molti anni non mi considero più comunista, ma questo non mi impedisce di lavorare e combattere a fianco dei comunisti e addirittura di dirigere un giornale che si definisce comunista. A condizione che non si pensi per dogmi. Che si capisca che il marxismo, che è una gigantesca teoria politica, non è più sufficiente. Sia perché non ha saputo sciogliere alcuni nodi che oggi vediamo quanto siano decisivi (il rapporto tra Stato e potere, tra Stato e libertà, tra uguaglianza e libertà), sia perché questo suo difetto ha portato a tragedie gravissime in molte parti del mondo, sia perché ha costruito tutto su una sola ipotesi di contraddizione (quella tra capitale e lavoro) ignorando altre contraddizioni, che nel XX secolo si sono affermate come monumentali cotraddizioni, e cioè quella di sesso, tra uomo e donna, quella ambientale, tra produzione e natura e altre ancora.
Andare oltre vuol dire esattamente questo. Convincersi che non potrà più esistere una sinistra capace di "egemonia" se non saprà rispondere alla crisi del capitalismo senza farsi imbrigliare negli schemi del capitalismo. Ho seguito nei giorni scorsi il dibattito aperto da Rossanda Rossanda sul manifesto , e ripreso da Bertinotti, dal quale è emerso lo stupore per una sinistra muta di fronte all'epocale crisi di questi giorni. Condivido lo stupore (e dico anche al Prc che non riesco a capire come, in questi frangenti, si possa affidare la propria immagine politica al referendum, secondo me insensato, contro il Lodo-Alfano...). E tuttavia mi pare che anche le risposte di Rossanda e Bertinotti siano insufficienti. Penso anch'io che bisogna rilanciare il ruolo dello Stato in economia, e penso che abbia ragione Fausto a porre con drammaticità la questione del lavoro. Io però - scandalosamente - non sono affatto convinto che si possa riprendere il "discorso" sulla sinsitra dalla semplice conferma del lavoro come tema centrale. Sempre di più mi convinco che una sinistra del XXI secolo deve rinunciare ad avere un centro. Deve essere plurale (e non solo pluralista) perché costruita su un pensiero plurale, che pone i grandi temi e gli interrogativi giganteschi, di sistema, posti dal femminismo e dall'ambientalismo, sullo stesso piano dei temi del lavoro. Non penso che sia possibile costruire un progetto di alternativa, che davvero si ponga in competizione con il capitalismo, se non si ha l'ambizione di realizzare una critica profonda e completa di tutti i poteri, del mercato, delle relazioni tra donne, uomini, denaro, produzione, potenza e ambiente. Ho l'impressione che limitarsi a ripartire dal lavoro sia una scorciatoia che però si avvita su se stessa e non ci porta "oltre", ci riporta indietro.

Cara Liberazione, andiamo oltre Sansonetti.

Ramon Mantovani

L'articolo del Direttore di Liberazione , Piero Sansonetti, pubblicato ieri in prima pagina è sintomatico. A mio parere evidenzia due problemi. Uno è enorme e riguarda una cultura politica vecchia, stantia e foriera di scelte politiche di destra, che si ammanta di nuovismo per descrivere comunisti e antagonisti come falliti e fallimentari. L'altro, più piccolo, anzi microscopico, è banalmente ben rappresentato nello scritto di Sansonetti: un "giornale comunista", il "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista" (così è scritto ogni giorno nella testata di Liberazione ) ha un Direttore che non è comunista (ma questo è il meno) e che pensa a, anzi propone di, anzi si batte per "andare oltre" un partito considerato inutile e dannoso. Sansonetti sa bene che il Prc ha deciso di continuare ad esistere e che la proposta di "andare oltre" è stata bocciata democraticamente. E sa che lo sarebbe stata ancor di più se fosse stata proposta esplicitamente, visto che, magicamente, nel tempo del congresso del partito la proposta di "andare oltre" è stata scientemente occultata. E aggiungo che la direzione di Liberazione , nell'occasione, non ha brillato per autonomia giacché si è adeguata pedissequamente alla tattica congressuale della mozione Vendola.
Io capisco che chi si è battuto per più di un anno per fare un nuovo partito conservi la propria opinione e la difenda. Capisco pure che insista. Ma che tenti di imporla è francamente intollerabile. Nel merito vorrei solo far notare che è una proposta che non sta in piedi, che non ha gambe sulle quali camminare e che oltre che sconfitta è tanto inconsistente quanto vecchia.
Mi spiace doverlo dire così, ma Sansonetti, che non per caso se la prende anche con Bertinotti sulla questione del lavoro, ripropone pari pari il progetto di sinistra di Achille Occhetto. Sbrigative abiure, giudizi sommari del novecento e uso dell'aggettivo nuovo per qualificare il nulla o la riproposizione di cose molto vecchie.
Credo che Sansonetti, e lo credo sinceramente, non si sia accorto che il progetto della rifondazione comunista già da parecchi anni è andato oltre la classica gerarchia delle contraddizioni, oltre il politicismo (che è un aspetto non secondario della critica del potere), oltre la rivendicazione acritica del passato. Non basta dire, come fa Sansonetti, che tutte le contraddizioni sono sullo stesso piano. Bisogna analizzare le connessioni che le legano e capire quali sono i punti critici sui quali agire per rovesciare il sistema, non spogliarsi del proprio antagonismo (e la parola comunista è qualificante nonostante tutto) per diventare la sinistra del sistema che si illude di costruire una propria alternativa facendo la sinistra di governo. Non basta parlare della società, bisogna dire dove sta il motore delle trasformazioni possibili ed "impossibili". In altre parole per criticare il potere bisogna dire se si sta nella società "in basso a sinistra" (come dicono gli zapatisti) o se si sceglie il cielo separato della politica per costruire dall'alto un presunto progetto alternativo di società. Inoltre, per avere un futuro bisogna avere un passato. E il passato, per quanto complesso e pesante, non si liquida ripartendo sempre "da zero". Per esempio, per stare agli esempi di Sansonetti, lo inviterei a considerare lo scritto di Engels L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato e la riforma del diritto di famiglia varato subito dopo la rivoluzione d'ottobre insieme al suffragio universale, per "andare oltre" il pregiudizio secondo il quale marxisti e comunisti sarebbero sempre stati incapaci di vedere al di là della contraddizione capitale-lavoro.
Insomma, mi pare davvero che il Prc si sia incamminato bene per andare oltre il "comunismo di destra" e la sinistra di potere.
E' l'andare oltre di Sansonetti che mi sembra un trapassato remoto.
Per questo penso si debba andare oltre Sansonetti.

Roberto Saviano. Critiche allo scrittore dallo Scientifico di San Cipriano d´Aversa.


"La prossima volta si farà i fatti suoi. Si dice che lo devono uccidere? Sono fatti suoi". "Ora nessuno sta più tranquillo. A noi la camorra non ha dato alcun fastidio"
di Raffaele Sardo

Saviano ha fatto più danni dei clan. Un video testimonia cosa pensano i ragazzi del liceo Scientifico "Fermi" di San Cipriano d´Aversa sullo scrittore minacciato. Interviste-choc: «Ora nessuno sta più tranquillo, a noi la camorra non dà alcun fastidio». Gli investigatori continuano a dare la caccia a Setola. "Repubblica" spiega con i documenti ufficiali perché fu praticamente ritenuto cieco e liberato. Una diagnosi che uno specialista francese boccia ritenendola «una barzelletta».

Fa più danni Roberto Saviano che la camorra. Testimonianze choc dai ragazzi del liceo scientifico "E. Fermi" di San Cipriano di Aversa che, intervistati ai microfoni di Repubblica radio TV, da Giulia Santerini, non hanno avuto alcun dubbio nell´indicare nello scrittore la causa dei disagi che, dicono, si sta vivendo da qualche settimana tra Casal di Principe e i comuni circostanti.

Alle 8 del mattino, quando il cronista si presenta col microfono e la telecamera davanti all´istituto, la prima reazione di alcune centinaia di ragazzi, è quella di scappare. Letteralmente. Ma poi un primo studente rompe il ghiaccio. Ed è l´unico che apprezza Saviano: «Per me è un esempio, perché ha avuto il coraggio di denunciare qualcosa di difficile da combattere». Ma tu senti più coraggio, silenzio o omertà? «C´è molta omertà».

Ecco gli altri, ed è una pioggia di critiche. «La prossima volta si faceva i fatti suoi», fa il primo ragazzo che si avvicina lentamente. «Se stava zitto, stava più sicuro», aggiunge una ragazza. «E´ uno scemo», dice un altro. Perché è uno scemo?, gli viene chiesto. «Perché è meglio che parlava della 167 di Secondigliano invece di parlare della nostra città», dice con aria di sfida. «Se Roberto Saviano non parlava, tutto questo non succedeva stavamo tutti tranquilli», aggiunge subito un´altra studentessa avvicinandosi al microfono. «Se non ci sono nemmeno i pulmini per venire a scuola - si lamenta un´altra - come dobbiamo fare?». E poi spiega lei stessa: «Alcuni pulmini che trasportavano i ragazzi non erano assicurati e così li hanno tolti. E ora siamo in difficoltà». Domanda seguente: quindi voi dite che l´invasione delle forze dell´ordine, è colpa di Saviano? «Sì, sì». Rispondono in coro i ragazzi disposti a semicerchio intorno alla telecamera che non li inquadra in volto perché tutti minorenni. E´ come se Saviano d´un tratto fosse diventato il parafulmine per tutto ciò che sta accadendo da queste parti. Arriva un altro: «Io non ci credo alle minacce. Per me è un altro fenomeno mediatico, come tutto quello che è successo fino ad ora».

«L´unica cosa che sappiamo è che ora nessuno sta più tranquillo». Perché la camorra vi faceva stare tranquilli? «Sì stavamo tutti tranquilli», è la risposta di una ragazza. Ma la camorra ha inquinato il territorio, spaccia la droga - obietta la cronista di Repubblica radio TV. «Ma non è vero», risponde stizzita una ragazza con le treccine. Ma, insomma, la camorra come si fa a sgominarla? «Secondo me - dice un teen ager - noi non dobbiamo fare niente, perché a noi non da nessun fastidio». Altro intervento: «Ci troviamo con quattro posti di blocco ogni mattina fuori all´istituto. L´esercito non fa male alla camorra, fa male a noi». I giudizi si assomigliano tutti. Protestano: «I militari fermano i ragazzi sui motorini e chi non sta a posto ci va per sotto».

Saviano, dicono in coro, ha di fatto portato tutta l´attenzione su Casal di Principe: «Se prima non ci conosceva nessuno, ora ci conoscono tutti quanti per le nostre cose negative. Se venivano qualche mese prima, potevano vedere gli abitanti di San Cipriano e Casal di Principe, quindicimila persone, dietro la madonna per la festa religiosa». I genitori accompagnano i figli ma non si fermano. Una signora dice soltanto. «Non voglio commentare niente».

Si avvicina un altro giovane: è tra quelli che vuole dimostrare di saperla lunga: «Roberto Saviano è una pedina in mano allo Stato. E´ stato sfruttato e adesso è stato abbandonato. Verrà ucciso dai servizi segreti e la colpa ricadrà su di noi». Intanto suona la campanella. I ragazzi si affrettano ad entrare. Il microfono è ancora aperto: c´è qualcuno che vuole dire qualcosa a favore di Saviano? La domanda viene ripetuta ad alta voce un paio di volte. Inutilmente. Non si fa avanti nessuno. Sono le 8,30. Il cancello sta per chiudere. Tra gli ultimi che entrano, due ragazzi con il motorino. Sono senza casco. (17 ottobre 2008)

giovedì 16 ottobre 2008

Vi dico chi sono i nemici di Saviano

di Nichi Vendola - Liberazione 16 Ottobre

Questo ragazzo del Sud, scuro di pelle e con gli occhi inquieti, con quello strano connubio di forza e debolezza che si intuisce già nella sua corporeità, con quel magnetismo che mescola calda vitalità e una malinconia ineffabile. Lo sento sempre così sincero, così impetuoso nei pensieri e nelle emozioni che traduce in scrittura cristallina, in minuziose inchieste sull'indecenza del vivere e del morire nei medioevi post-moderni delle mafie, in pagine aspre e di rara passione (che in questo caso è davvero sostantivo del verbo patire), in documenti di grande letteratura civile. Roberto Saviano è questo ragazzo di meno di trent'anni, meridionale e mediterraneo, che ha realizzato il sogno di ogni ragazzo per accorgersi subito dopo che quel sogno era diventato un incubo. Il sogno di poter fare un lavoro bello e importante, nel suo caso scrivere libri, e il suo allucinato e bellissimo "Gomorra" è diventato addirittura un best-seller planetario. Ma quel libro ha aperto la porta del terrore, ha portato luce dove da sempre aveva vinto il buio, ha narrato il "romanzo criminale" dei Casalesi e dei loro faccendieri, dei loro killer, dei loro impiegati, dei loro interlocutori economici, dei loro protettori istituzionali. Ha squadernato la "banalità del male" della camorra tra Napoli e Caserta, penetrando con forza documentaristica nelle viscere di quella burocrazia dell'onnipotenza criminale che stringe affari e stringe cappi al collo, che fa strage di appalti e fa strage di essere umani con la stessa disinvolta velocità. Il mondo si è improvvisamente accorto della camorra, di un crimine che è radicato negli interstizi più riposti e negli organi vitali della metropoli partenopea, che comanda traffici illeciti di droga e di rifiuti e di qualunque tipologia merceologica inclusi i defunti che sono lottizzati nella rete micidiale delle pompe funebri. Cosa Nostra era stata ciclicamente al centro dell'attenzione dei mass-media, oggetto di raffigurazione letteraria e cinematografica, questione dibattuta nell'arena nazionale ed internazionale.
Invece sulla ndrangheta calabrese e sulla camorra campana ha dominato sempre una sorta di distrazione collettiva, o una forma speciale di omertà programmatica, con l'attitudine a ridurla alle cronache locali di violenze arcaiche. Poi questo ragazzo del Sud, raccogliendo il testimone di generazioni di militanti della legalità, ha trovato una cifra narrativa che ha sfondato il muro di gomma plurimo dell'indifferenza, del cinismo, del folclore giustificazionista. Ha acceso una torcia nella notte opprimente dei boss, di questi giganti del nulla, maschietti gonfi di cocaina e ubriachi di potere, in contesa permanente gli uni con gli altri, abitanti frenetici di un pianeta in cui la vita vale meno di uno starnuto, in cui il diritto è surrogato dallo storto, l'empietà scandisce la gestualità quotidiana di chi allunga e allarga traffici e dominio nel nome di una sotto-società educata al "mordi e fuggi" della ricchezza facile, della ricchezza predatoria, della ricchezza svuotata di qualsivoglia contenuto di bellezza, di giustizia, di umanità. Il successo ha comportato, per Roberto, una condanna a morte, una vita prigioniera di caserme e scorte, la fine immediata di una vita normale. Conosco cosa significa. Leggendo le parole di Saviano che pensa di lasciare l'Italia mi sono sentito oppresso. Chi non conosce la solitudine, quel tipo di solitudine, non può capire. Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell'albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo "buon senso" e dei più vieti luoghi comuni, ti regalano la peggiore delle condanne: appunto una estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un'età, un'esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita. Siamo tutti riscattati dal coraggio di questo ragazzo del Sud. Siamo tutti sconfitti dalla sua stessa inevitabile tristezza. Per questo, per me, per tutti noi, vorrei abbracciare Roberto e sussurargli, con pudore, di non andare via.


16/10/2008

La qualità del “pubblico” - Il Manifesto 14 Ottobre

Scritto da Fausto Bertinotti

La manifestazione dell’11 ottobre dovrebbe indurci a più di una riflessione su di essa, nel bene e nel male, e sullo stato dell’opposizione in Italia. In ogni caso ha battuto un colpo. Ma una qualche ritrovata presenza di piazza rende non meno ma ancor più drammaticamente evidente la formula di Rossana Rossanda: “Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre”.
Potrebbe essere un primo sviluppo della manifestazione la convocazione di un seminario o di un’assemblea o di un convegno per incominciare a parlarne pubblicamente. Il bisogno di organizzare luoghi e modi di un confronto a sinistra non è ormai minore di quello dell’organizzazione del conflitto. Intanto, almeno per non lasciare cadere l’importante sollecitazione di Rossana Rossanda, sarà bene che ognuno cominci a dire la sua su di essa, anche sommariamente e provvisoriamente. Sulle cinque osservazioni che Rossana pone a base del suo ragionamento vorrei dire che nel loro impianto generale non solo sono largamente condivisibili, ma credo sia utile, da parte di quella sinistra che ha subito una drammatica e storica sconfitta, ricordare che parti di essa hanno sostenuto queste tesi anche negli anni scorsi, seppure spesso in condizioni di isolamento e molte volte senza neppure farsi forza di un sostegno reciproco. Costituisce in sé un problema politico il fatto che chi ha, all’ingrosso, avuto ragione nella critica a questo capitalismo sia impotente, e persino silente, di fronte alla sua crisi.
La condizione sostanziale dello scheletro proposto da Rossana consente e sollecita, per la stessa complessità delle tesi, degli approfondimenti in cui possano utilmente farsi luce anche differenze interne allo schema il cui confronto possa rivelarsi utile nella ricerca della proposta programmatica. Per parte mia vorrei proporre tre sotto-osservazioni. La prima riguarda il neoliberismo. Esso ha mostrato di sapersi articolare lungo diverse varianti (Usa ed Europa), sicché non le sono impedite né le politiche monetarie espansive, né la domanda di intervento pubblico. La sua caratteristica intrinseca consiste nel poter scegliere tra politiche diverse in funzione della conferma di un nucleo duro che deve valere nella fase espansiva, come in quella recessiva, come nella crisi che accende una nuova ristrutturazione dell’economia. Il nocciolo duro è la piena e, secondo la sua volontà, irreversibile liberalizzazione del mercato del lavoro che deve sempre essere governato secondo il basso salario, l’alta flessibilità e la diffusa precarietà. La seconda osservazione riguarda l’apparato produttivo italiano. Qui, quell’universale nocciolo duro si accompagna, come sappiamo, ad aree di economia nera e grigia, con lavoro nero ed evasione fiscale. Ma la ristrutturazione della media industria italiana sempre più internazionalizzata, la performance nell’esportazione di alcuni settori produttivi che colloca l’industria italiana appena sotto la potente vicina tedesca, la vitalità e la sua capacità di riorganizzazione su basi territoriali dinamiche sono caratteristiche che non consentono di qualificare questa realtà come arretrata. Va certo discussa la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati (ah, la politica industriale!), ma assai più radicalmente, credo, la sua composizione merceologica, il cosa produrre. Oltre, va da sé, la decisiva contestazione della distribuzione del reddito e del potere tra capitale e lavoro, distribuzione oggi semplicemente repellente. La terza osservazione riguarda ciò che Rossana Rossanda definisce la “demenza” dei dirigenti che hanno mandato a picco grandi enti finanziari, banche e assicurazioni. Vorrei dire che dal punto di vista del capitalismo globalizzato c’è una logica in questa “demenza”. Opposta, eppure simile, a quella di Trichet che, anche di fronte alla crisi, testardamente ha tenuto a lungo alto il costo del denaro. Quella logica va rintracciata nel perseguimento del contenimento, anzi nel blocco, della dinamica salariale, a qualsiasi costo, di riffa o di raffa. Greenspan e i grandi managers delle banche americane si devono essere detti: come si fa a tenere su la domanda se i salari non la possono alimentare? La risposta è stata: con l’indebitamento dello Stato e delle famiglie. Inventandosi, cioè, ciò che Bellofiore chiama la figura del “consumatore indebitato”. Questo imbroglio è saltato ed è esplosa la crisi, la crisi del “capitalismo finanziario globalizzato” (Guido Rossi). Ed è esplosa malgrado la liaison tra i sistemi delle economie emergenti (Cina e India) e quello statunitense. La crisi fa emergere i suoi nodi strutturali. Non parlano di questo la questione energetica e quella alimentare, oltre all’esigenza del sistema di tagliare i salari e, contemporaneamente, di sostenere la domanda?
Ha ragione da vendere Rossanda a dire che la sinistra non esiste se non fronteggia la crisi del suo avversario (anche perché quello finirebbe altrimenti per risolverla contro tutti coloro le cui ragioni e speranze la sinistra dovrebbe interpretare). Le proposte che Rossana Rossanda avanza mi pare vadano nella direzione giusta. Partiamo da qui, cogliamo l’occasione e apriamo una discussione collettiva. Rossana pone due punti di partenza: un contenuto, l’intervento pubblico in economia, e uno spazio da riempire da sinistra, l’Europa. So che non è buon metodo aggiungere tema a tema, troppo grande diventa altrimenti il rischio di dispersione e di perdita del contatto di confronto. Se trasgredisco alle norme è perché credo che Rossana per prima sarà d’accordo nel legare ad essi il tema del lavoro. Non è un omaggio al classico, è l’individuazione di un terreno di scontro cruciale oggi e qui, anche per affrontare da sinistra il discorso sull’Europa e sulla natura dell’intervento pubblico.
L’intervento pubblico nell’economia c’è e ci sarà. Nella nuova fase che si è aperta non è il “se” che può fissare il clivage tra destra e sinistra, ma il quanto, il come e a che scopo deve realizzarsi l’intervento pubblico. La sua natura è perciò la ragione della possibile contesa. Chi ha spiegato che l’economia per funzionare deve negare l’intervento pubblico, spiegherà che per rimettere in piedi l’economia di mercato (si sottintende, cioè, l’unica possibile) ci vuole l’intervento pubblico: un nuovo servo perché il signore (il mercato) continui ad esercitare la sua signoria. Penso come Rossana che la sinistra debba accettare la sfida (proponendo invece che il sostegno puro e semplice alle banche una guida pubblica dell’intervento pubblico), e, contemporaneamente, alzarla. Accettarla nel senso che non c’è ragione alcuna perché la sinistra debba accettare di far affluire denaro pubblico al fine di salvare grandi aziende finanziarie, senza porre il problema della responsabilità nelle gestioni che hanno portato alla crisi e senza porre, di conseguenza, il tema dell’assetto proprietario delle imprese salvate. Ma anche alzare la sfida, perché il carattere pubblico dell’impresa non costituisce in sé una garanzia di cambiamento non fosse altro perché la cultura economica dei managers pubblici non differisce sostanzialmente da quelli privati sulla concezione del mercato, della competitività e della produttività. Se il pubblico deve intervenire nell’economia (e deve), allora sono il cosa, il dove, il come, il per chi produrre che devono venire in discussione con esso e attraverso di esso. Il modello di sviluppo che in questi 25 anni è stato imposto dal capitale all’Europa è lo sfondo strutturale della crisi. L’intervento pubblico dovrebbe sostenerne la riforma, una riforma che costringa il mercato ad un nuovo compromesso con l’affermazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’esigenza di sottrarci alla catastrofe ambientale, con le frontiere di una nuova cittadinanza e della ricostruzione della democrazia. Dovremmo tornare a parlare di programmazione, cioè di un assetto di società da perseguire in un tempo definito? E’ probabile.
Se cominciassimo a discutere di questo, insieme e continuativamente, sarebbe una buona notizia anche per chi era a Roma a manifestare l’11 ottobre.




Fausto Bertinotti
da Il manifesto del 14 ottobre 2008

martedì 14 ottobre 2008

11 ottobre: oltre alla nostalgia, in piazza c'è anche la sinistra

di Franco Giordano

La sinistra c’è. Non bastano leggi elettorali truffaldine o trovate furbette come il voto utile per cancellare le istanze e le speranze, le necessità e i sogni, di milioni di persone. Le alchimie istituzionali possono, violentando i criteri fondanti della democrazia reale, togliere a quei milioni di persone il diritto alla rappresentanza, non quello all’esistenza e alla lotta. La sinistra c’è. Lo ha provato sabato scorso a Roma.
Non lo hanno dimostrato i suoi malridotti partiti, i gruppi dirigenti, i ceti politici. Lo ha dimostrato il suo popolo, riempiendo aldilà di ogni previsione le strade della capitale, riempiendo con i mille canali della comunicazione spontanea il vuoto dell’informazione mediatica. Anche questo ha dimostrato l’11 ottobre di Roma: che neppure la strategia del silenzio con la quale i grandi media hanno cercato e cercano di soffocare la sinistra sociale e politica è invincibile. Abbiamo la forza e i mezzi per infrangere da soli quel muro di silenzio.
Ai diktat di una comunicazione verticale e abituata alla massima promiscuità col potere possiamo opporre una comunicazione di tipo opposto. Orizzontale, autonoma, dal basso.La sinistra c’è, e la sua presenza massiccia e combattiva è l’elemento significativo, per le sorti dell’intero paese che la giornata di sabato. Di fronte a questo dato non avrebbe molto senso mettersi a discutere sui caratteri di quella grande manifestazione. I giornali hanno parlato di “giornata dell’orgoglio comunista” e c’era davvero anche questo nelle strade della capitale, c’era l’orgoglio e la rabbia di chi si sente sottoposto a un assedio feroce, di chi reagisce sbandierando la propria identità a chi vorrebbe desertificare una volta per tutte l’intera sinistra: la sua rappresentanza, la sua cultura, la sua storia.
Ma c’era molto, moltissimo altro. Insieme alla rivendicazione del passato, perché questo e non altro è l’orgoglio identitario, c’era il desiderio e l’attesa del futuro. Insieme alla manifestazione della propria esistenza c’era la richiesta imperiosa di tornare a contare, a pesare sui destini di questo paese, a influenzare con la forza del proprio impianto culturale e della propria idea di società alternativa anche quelli che con la sinistra ritengono di aver poco a che spartire. C’era la voglia di non farsi chiudere in un ghetto.
Ma qualcosa, in quella pur importantissima giornata, invece non c’era, e sarebbe miope fingere di non essersene accorti. Non c’erano, o c’erano in misura minima, quelli che avevano manifestato il giorno prima in tutte le città d’Italia: gli studenti. E non c’erano i professori, gli operai impegnati a fronteggiare un attacco che mira a smantellare il caposaldo stesso della loro rappresentanza, il contratto nazionale. Non c’erano, anzi non c’erano ancora, i conflitti reali.
E’ un rischio grosso, esiziale, quello della separazione tra rivendicazione politica e conflittualità sociale. Se si determinasse uno scarto incolmato, allora sì che si potrebbe davvero parlare di manifestazioni identitarie. Non dobbiamo permetterlo, e meno di tutti deve permetterlo chi si propone un obiettivo tanto ambizioso quanto la costruzione di una nuova soggettività della sinistra, capace di revocare l’egemonia che il capitalismo esercita oggi in ogni campo: sociale, politico, culturale.
Dobbiamo sapere che quel soggetto o nascerà nel vivo dei conflitti sociali che sono alle porte, intrecciando da subito politica o e conflittualità sociale, o non nascerà affatto. E dobbiamo sapere che o la sinistra riuscirà a costruire subito un nesso forte tra momenti come quello di sabato scorso e le mille espressioni diffuse del conflitto sociale, oppure la sua partita sarà persa in partenza.

giovedì 9 ottobre 2008

"Comunismo, parola indicibile" 5

Il limite è l'obbedienza?

di Piero Sansonetti

Mi pare che Alberto Burgio sostenga tre idee fondamentali. Le riassumo (il meno faziosamente possibile). La prima è che l'autonomia di ogni giornale è giusta ma deve essere relativa. Non esiste autonomia assoluta. E i limiti di questa autonomia sono due: il mercato e la proprietà.
La seconda idea è che l'autonomia è da salvaguardare solo quando c'è accordo tra giornale e proprietà (nel nostro caso tra giornale e partito, in altri casi tra giornali e imprenditori privati) altrimenti non serve a niente, non funziona, crea danni. E le persone responsabili devono rendersi conto di questo principio di realtà, se non vogliono restare bambini un po' scemetti.
La terza idea è che questo accordo, questa comunione di pensiero tra giornale e proprietà (e partito) esisteva - nel caso di Liberazione - prima del congresso di Chianciano, ma ora non esiste più, o almeno non esiste su alcune questioni fondamentali, e quindi «il giocattolo non funziona più».
Provo a rispondere a Burgio. Sul primo punto non ho molto da dire. La mia idea è diametralmente opposta alla sua. Sono da sempre convinto che l'informazione esiste ed è libera - e dunque garantisce il funzionamento della democrazia - solo se si sottrae alle regole del mercato e della proprietà. Penso che l'informazione sia una sorta di «servizio pubblico democratico» e non una attività commerciale e neppure l'espressione di una attività politica. Vado ripetendo queste cose da anni, ci ho costruito sopra tante battaglie, già dai tempi dell' Unità . E' difficile che ora, sul filo dei sessant'anni, possa rassegnarmi alla vittoria di quello che Burgio chiama il principio di realtà, cioè la legge del comando, del potere. Non so se la difesa di queste posizioni sia segno di fanciullezza, ma se lo è non me ne vergogno. Il vecchio Pci queste cose le aveva capite.
Sul secondo punto (e anche sul terzo) avrei molte cose da obiettare. Certo che tra il giornale e il partito proprietario ci deve essere una area vasta di idee comuni. Penso che ci sia. Cito qualche tema: l'immigrazione, i diritti dei lavoratori, la lotta tra salari e profitti, il femminismo, l'ambientalismo, la democrazia come lotta alle gerarchie e al potere, il garantismo, l'antifascismo, la giustizia sociale, la libertà sessuale e la libertà della cultura, la battaglia contro una società subordinata al capitale, i diritti delle donne, la laicità dello Stato...
Su questi temi esiste l'assonanza politica. E in genere Liberazione è all'avanguardia (su posizioni un po' più radicali di quelle del partito, ma questo è normale). Non sono i temi fondamentali? Gli argomenti sui quali bisogna parlare alla società? O invece l'argomento fondamentale è il tipo di organizzazione che si dà la sinistra, e il partito della Rifondazione? Se la risposta è la "seconda che ho detto", vuol dire che non avevo capito qualcosa, e in questo caso è giusta la richiesta di Burgio e cioè quella di porre all'ordine del giorno il problema della direzione di Liberazione.
Credo che Burgio e altri (molti altri che in questi giorni stanno scrivendo articoli a valanga, interventi nei siti web, petizioni, eccetera, contro il giornale e contro di me) farebbero bene a uscire allo scoperto e a porre formalmente la questione: «Vogliamo cambiare il direttore di Liberazione». Altrimenti diventa una discussione finta e da paurosi.


"Comunismo, parola indicibile" 4

C'è un limite all'autonomia

di Alberto Burgio


In effetti è difficile dare torto a Piero Sansonetti e a molti redattori di Liberazione che hanno preso parte a questa discussione sul ruolo e le sorti del giornale. Reclamano autonomia: come non essere d'accordo? Chi se la sentirebbe di negare che l'autonomia sia un bene prezioso? Chi sarebbe tanto stravagante da non aspirare alla propria autonomia o tanto ingiusto da conculcare quella altrui? Le rivendicazioni del direttore e dei giornalisti di Liberazione sono di per sé inoppugnabili. C'è solo un piccolo problema, che ha a che fare, per dir così, con il principio di realtà.
Il problema è, banalmente, questo: chi risponde delle conseguenze dell'autonomia? Basta poco, infatti, per accorgersi che qualcuno, prima o poi, dovrà renderne conto. Ogni azione produce effetti e ogni effetto implica responsabilità. Crescendo, ciascuno lo impara (dovrebbe impararlo), spesso a proprie spese. Non si tratta di una scoperta piacevole, ma è un'esperienza indispensabile a diventare adulti.
Ne deriva un corollario: per quanto possa dispiacere, l'autonomia ha sempre un limite. Per un giornale, nei (rarissimi) casi - uno di questi è "il manifesto" - in cui si mantiene da sé, il limite è posto immediatamente dal mercato. Quand'è così, c'è poco da discutere. Devi farcela guadagnandoti giorno per giorno la fiducia di una quantità di lettori sufficiente a far quadrare i bilanci. Immagino non sia uno scherzo, soprattutto di questi tempi.
Altrimenti il limite è costituito dalla proprietà. Così è per "Liberazione", proprietà del Prc (al quale difatti si chiede di fronteggiare una situazione finanziaria disastrosa). In questi casi è necessario che tra giornale e proprietà vi sia accordo: un modo di convivere che concili le legittime istanze di autonomia dei giornalisti con le non meno legittime esigenze della proprietà (deve pur esserci una ragione per farsi carico di spese, rischi ed eventuali perdite).
I limiti dunque esistono, salvo forse che nel Paese delle meraviglie. Del resto, fino a qualche tempo fa tutti sembravano averne coscienza. Fino al 2006, la linea politica di "Liberazione" era sufficientemente armonica rispetto a quella del partito o, meglio, della sua maggioranza. Si può discutere se, nel riflettere la linea della maggioranza di Venezia, il giornale tenesse adeguatamente conto anche del dibattito interno al Prc. Sta di fatto che, sino a un paio di anni fa, tra partito e giornale le cose sono andate abbastanza lisce (il che non toglie che si fossero verificate di tanto in tanto fisiologiche divergenze e frizioni). Poi qualcosa è successo.
Molto semplicemente, si è cominciato a discutere del ruolo di Rifondazione comunista e delle sue sorti. Se ne è teorizzato il «superamento». Si è sostenuto che è ormai tempo di piantarla col comunismo. Si è giunti a dire che essere o meno comunisti è una questione intima e che «comunismo» è parola «indicibile» (il che in italiano - linguaggi privati a parte - pare significhi «impronunciabile» perché impresentabile). Da quando è cominciata questa discussione, "Liberazione" ha cambiato partita.
Nel sacro nome dell'autonomia, si è subito schierata con coloro che sostenevano la necessità di «andare oltre Rifondazione», contro la parte (già maggioritaria) che difendeva il partito. Durante il Congresso di Chianciano è entrata nel dibattito come parte in causa, appoggiando la proposta della Costituente della sinistra e attaccando (o discriminando) le altre posizioni. Ancora dopo il Congresso ha proseguito questa sua battaglia, nonostante le tesi "oltriste" fossero state battute e il partito si fosse dato un'altra linea, nel segno del rilancio del Prc, quindi del rifiuto di confluire in un nuovo partito post-comunista.
Ora, sembra evidente che l'esercizio dell'autonomia, non più nel quadro di un rapporto armonico con il partito ma - al contrario - in una pratica di opposizione frontale, qualche problema lo crea. Per un motivo semplicissimo: finché c'è accordo, si tutelano entrambe le parti. Si salva l'autonomia (relativa) del giornale, e si rispetta al tempo stesso il diritto del partito di ottenere dal giornale sostegno alla (e un'adeguata rappresentazione della) propria linea politica. Ma quando l'accordo non c'è più, anzi è escluso a priori, allora una parte soltanto (il giornale) afferma le proprie posizioni, mentre l'altra (il partito, ridotto a nuda proprietà) può al più sperare che le sue scelte vadano a genio al giornale: dal quale non può pretendere nulla, pena l'infamante accusa di violarne l'autonomia.
È chiaro che così il giocattolo non funziona. Questa asimmetria non è sostenibile, poiché pone la redazione e soprattutto la direzione del giornale in una posizione che non ha eguali. Tutti - a cominciare dal segretario del partito, pure eletto da un Congresso - debbono tener conto del contesto che consente loro di esistere e di operare. Debbono costruire mediazioni, fare sintesi. E' un principio generale e non derogabile, al quale nessuno dovrebbe tentare di sottrarsi

"Comunismo, parola indicibile" 3

E’ scandaloso cercare le parole dell’alternativa possibile?
di Rina Gagliardi

Mi si consenta una premessa quasi del tutto irrituale: questo non è un articolo sul comunismo, o sull'identità comunista. Non è possibile condensare un tema di questa portata (storica, teorica, e così via) in sette o ottomila battute. Questo articolo, piuttosto, è un inizio di riflessione sul rapporto tra identità e politica, tra ideologia e pratica della trasformazione, a partire dalla frase di Fausto Bertinotti - che tanto scalpore ha suscitato - sulla "indicibilità" oggi del comunismo.
Ovviamente, si tratta di una riflessione personale, anche se ho avuto modo di parlarne direttamente con l'ex-segretario del Prc, proprio mentre dettava alle agenzie la sua (seconda) stimolante provocazione: "io sono comunista". Con essa, Bertinotti non intendeva, nient'affatto, smentire lo scoop di Bruno Vespa, come di solito fanno i politici, ma rovesciarne radicalmente il senso. Qual era l'obiettivo, in effetti, della notizia lanciata giovedì pomeriggio come promotion del Viaggio in Italia appena uscito in libreria? Quello di gettare una bomba ideologica: l'abiura "definitiva" di Bertinotti, sul quale già da tempo pendono tanti sospetti. L'ex-segretario del Prc, a vent'anni dalla Bolognina, che reitera la liquidazione occhettiana, fatte salve tutte le differenze (soprattutto quantitative) tra Pci e Rifondazione comunista. L'ex-presidente della Camera, oramai "imborghesito", che si pente e arriva a dichiarare pentimento. Una tale rappresentazione, o meglio una tale narrazione falsificante, rischia di "passare" anche nelle file del Prc - una delle grandi debolezze del nostro partito non è forse la prassi diffusa di leggere la realtà, e soprattutto la politica, attraverso gli occhiali del sistema mediatico? Dunque, anche ai fini di una discussione magari aspra ma forse anche utile, è essenziale sgomberare il campo sia da ogni strumentalità, sia dalla subalternità ai "sensazionalismi" di agenzia.

***
Qual è allora il tema reale che Bertinotti pone al dibattito? Non l'archiviazione dell'identità comunista, ma la sua capacità, come tale, di riuscire, nella crisi attuale, a tradursi in organizzazione di massa e quindi in iniziativa efficace di trasformazione: insomma, è il rapporto con la politica, non la rinuncia all'ideologia o all'ambizione strategica. Un tema, a ben vedere, classico, che tante volte si è presentato nella storia del movimento operaio: che cosa debbono proporsi e fare i comunisti, come concretamente devono investire la loro weltanschung , le loro idee, le loro proposte - qui ed ora, in questa durissima fase della storia d'Italia, d'Europa, dell'Occidente. Detto in breve: i comunisti non possono mai limitarsi ad essere, come in una sorta di acquietamento "ontologico": sono ed esistono in quanto, come diceva Marx, a differenza dei filosofi non basta loro interpretare il mondo. Sono quelle e quelli che intendono cambiarlo.
Ora, non solo queste premesse, ma la sostanza del problema posto da Bertinotti, a me paiono difficilmente contestabili. Fino agli anni 60 e 70, dichiararsi socialisti o comunisti - nonché militanti di una forza socialista o comunista - non solo non comprometteva, di per sé il rapporto "con le larghe masse", ma comunicava qualcosa che per tutti era chiaro, definito, comprensibile. Anche con l'interlocutore più lontano o resistente, cioè, era comunque possibile stabilire un rapporto politico. Oggi non è più così: parole come "comunismo" e "socialismo" sono diventate opache - incomprensibili e mute per i più, meri residui del secolo scorso per i più (pochi) informati. Oggi, del resto, nella società sbriciolata, individualizzata, impaurita, tutte le culture politiche maggiori del 900 - tutti gli ismi - hanno perduto ogni forza evocativa e ogni capacità comunicativa: e questa afasia è certo parte integrante della drammatica regressione in corso, indotta dal capitalismo neoliberista e cresciuta nel "disorientamento" della globalizzazione.
Se questo è, all'incirca e all'ingrosso, lo stato delle cose, se ne potrebbe concludere, sempre all'incirca, che "tutto è perduto" - e che la politica (la politica, non solo le elezioni!) è una sfera oramai riservata alle soggettività di destra o centriste, alle tendenze neoautoritarie e a-democratiche, ad un populismo antipolitico che galoppa un po' dovunque. Ma non è questa la conclusione a cui arriva Bertinotti: l'unica strada che vale la pena di percorrere - che i comunisti possono tentar di percorrere - è quella della costruzione di un nuovo, grande, unitario soggetto di sinistra. Un progetto che mette in discussione, senza reti di protezione o autotutele, l'esistente, giacché è in gioco (e forse siamo già fuori tempo massimo) l'esistenza stessa della sinistra - tutta e in quanto tale. Un ricominciare, in politica, a partire dalla dimensione più aggregante possibile e non aprioristicamente escludente. Un riposizionarsi là dove la forza del capitalismo, ivi compresa la violenza delle sue crisi, e delle destre sono più agevolmente combattibili.
E' ovvio che questo soggetto (non necessariamente un partito) si declina come anticapitalistico, femminista, ambientalista, democratico, libertario, antirazzista, capace cioè di inverare politicamente i contenuti concreti - possibili - di una identità alternativa. E' quasi altrettanto ovvio che si tratti, come ha scritto Marcello Cini, di una "sinistra senza aggettivi": perché non c'è sinistra, oggi, che non abbia come propria ragion d'essere l'opposizione radicale al capitalismo - non solo al crac selvaggio dei mercati finanziari, non solo alla logica dell'impresa e del mercato come principio unico e sovraordinatore della società, ma alla mercificazione della scienza, della conoscenza, della cultura, nonché al modello di sviluppo che porta dritti alle catastrofi ambientali preconizzate da Attali.
Tutto questo potrebbe - dovrebbe - essere l'impegno prioritario dei comunisti e delle comuniste. I quali - ecco un'altra frase di Bertinotti che a suo tempo destò scandalo - sono già nei fatti, volenti o nolenti, una "corrente culturale", anche se credono di essere strutturati in quattro, o diciamo pure due, forze politiche. Il confine tra piccole formazioni che non incidono nei processi reali (sociali e politici) e, talora, neppure si propongono di agire dentro di essi in termini efficaci e credibili, e aggregazioni di natura sostanzialmente culturale, eo propagandistica, è in fondo molto sottile. E la soglia da ri-conquistare non è solo quella (elettorale) di sbarramento: è l'egemonia. E' la capacità, oggi perduta, di (ri)entrare nell'immaginario collettivo di larghe masse e di avere un senso nella e per la loro vita. Un obiettivo improbo, già, ma che forse non è impossibile proporsi - e che è alla portata di una grande rinnovata sinistra.

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Ma dunque il problema tornerebbe ad essere quello del Nome, proprio come accadde tra l'89 e il '91? Naturalmente no. Se è vero che "nomina sunt essentia rerum", secondo l'antico motto (medioevale, mi pare), è vero altresì che i comunisti non dismettono il loro chiamarsi comunisti, all'interno di una più vasta (e certo più indefinita) aggregazione politica di sinistra: semplicemente, non possono imporre ad essa la loro identità - il loro nome. Era questo che intendeva Bertinotti quando parlava del comunismo come "corrente culturale" (altra frase considerata scandalosa), ipotizzando che esso continui a vivere autonomamente in altre sedi, in altri luoghi, in altre forme. Ma anche qui, fuori dagli scandalismi facili e dalle pur comprensibili emotività, chi ha detto che i comunisti e le comuniste danno vita, sempre e comunque, ad un Partito comunista? L'unica forza alternativa consistente, che oggi esiste in Europa, è in Germania: si chiama, tout court, "Die Linke", "La Sinistra" e tra i suoi soggetti promotori c'è la Pds, "Partito del socialismo democratico". L'unico sub-continente che va a sinistra, l'America latina, non ha alla sua guida forze che, nel loro nome, si richiamano al comunismo - e, al di là delle diverse dosi di entusiasmo, non c'è tra di noi chi dubiti del valore del processo in corso in Venezuela, Bolivia, Ecuador. Lo stesso Prc non sentì il bisogno di chiamarsi, appunto, Rifondazione, ad indicare visibilmente la necessità di riaprire un percorso e una ricerca, oltre il richiamo ad un passato e ad una storia da preservare? Viceversa, denominarsi "Partito Comunista" non è mai stato, e non è oggi, garanzia in sé e per sé di spirito rivoluzionario, anticapitalista o innovativo - come ci testimonia in questa fase il più grande Pc del mondo, quello della Cina, o come ci hanno concretamente dimostrato i Partiti comunisti che hanno avuto il potere statuale. Perfino Pol-Pot, sterminatore di milioni di boat people, si diceva comunista. Si può certo replicare che no - che invece e all'opposto proprio questa sia la discriminante decisiva, l'assunzione di un nome. Curiosa manifestazione di ontologismo nominalistico.
Ma anche questo nome, mi pare, avrebbe bisogno di esser definito - reso trasparente ai nostri stessi occhi. Chi, come me e qualcuno più importante di me, continua a dirsi comunista, non si riferisce certo alla tradizione che, nel suo insieme, è andata sotto il nome di Terza Internazionale. Quando mi dichiaro comunista - e lo farò finché avrò lucidità e razionalità - penso a Rosa Luxemburg, ad Antonio Gramsci, a quel filone del "comunismo italiano", del movimento sindacale, del socialismo di sinistra, che ha avuto alla sua testa dirigenti come Pietro Ingrao, Lelio Basso, Bruno Trentin, Raniero Panzieri - ed altri che non cito. Penso al Sessantotto e a quella grande stagione che dall'autunno caldo produsse i consigli operai e un embrione diffuso di contropotere. Penso a Walter Benjamin e alle sue fondamentali Tesi sulla filosofia della storia . E penso anche al Mahatma Gandhi, dal quale ho imparato molte cose e in compagnia (simbolica) del quale mi trovo molto meglio che con Stalin, Breznev o Ceasescu. Rispetto, fino in fondo, coloro che, quando dicono "comunismo", continuano a pensare, invece, alla "nazionalizzazione dei beni di produzione", al Partito Unico, al sindacato di Stato (come quello che organizza oggi in Cina circa duecento milioni di lavoratori e lavoratrici, ma sconsiglia e scoraggia lo sciopero perché turberebbe l'"armonia sociale") - e che ritengono, sotto sotto, che l'unico problema sia quello della conquista - ieri, oggi e domani - del potere centrale. Rispetto, ma mi colloco a mille miglia di distanza da una cultura politica che è stata battuta e che anzi ha clamorosamente fallito. Eppure, mi sento e mi dico comunista.

"Comunismo, parola indicibile" 2

Due espressioni che amo: comunismo e questione morale
di Imma Barbarossa

Con tutta la solidarietà che ho già espresso nei confronti della redazione di Liberazione in questo difficile momento, devo dire che gli articoli dei suoi notisti politici riescono quasi sempre a stupirmi. Oggi quello di Stefano Bocconetti. Non so se Liberazione ci crederà, ma prima di tutto si tratta del tono da "spettatore" e da gossip con cui vengono affrontati argomenti oggettivamente complessi, quasi che i cronisti politici, che riferiscono di riunioni della direzione o di aspetti della linea politica del partito, fossero dei curiosi della strada che si affacciano a guardare con sguardo da entomologi i movimenti di strani animali.
Questioni di metodo a parte (ognuno scrive come vuole o quello che vuole), vorrei fare alcune considerazioni di merito rispetto all'articolo citato: si tratta di due parti distinte, l'una che riferisce un'affermazione di Fausto Bertinotti contenuta in un'intervista a Bruno Vespa sul comunismo come "parola indicibile", e la seconda che si addentra nella descrizione di due linee dentro il Prc. Per quanto riguarda il comunismo che da "tendenza culturale" è diventato "parola indicibile", si riporta come esempio di indicibilità il fatto che se si dice a uno per strada "io sono comunista" si va incontro a una totale incomprensione. Beh, innanzitutto vorrei sommessamente osservare che qui si fa del cattivo realismo nel fare in maniera perentoria e "assoluta" l'esempio dell'uomo di strada; inoltre - per citare il buon Gramsci - occorre certo partire dal senso comune, ma per interrogarlo criticamente e trarne elementi di analisi che ci aiutino a cambiarlo e a costruire un "nuovo senso comune".
Ad ogni buon conto, la mia esperienza di donna di strada mi dice il contrario: il tassista napoletano che mi accompagnava in Piazza del Gesù, nel vedere da lontano alcuni manifesti mi chiedeva con interesse: «'cca' è 'rrobba e' comunisti?». Per non parlare dei poliziotti di Bolzaneto che nell'insultare ragazze e ragazzi del movimento usavano i termini «puttana, frocio, comunista di merda». Molti conoscono il significato della parola comunista persino come alternativa di società, non si spiegherebbero altrimenti gli insulti e le botte che vengono tuttora dai fascisti. D'altra parte come dimenticare l'uso populistico e reazionario da parte di Berlusconi quando vuole parlare dei suoi oppositori alle viscere e all'immaginario del cosiddetto popolo di centrodestra?
Ma andiamo alla seconda parte e alla decifrazione delle due line, quella della costruzione della costituente di sinistra che sarebbe in atto, aperta e innovativa e l'altra che oggi da identitaria e catacombale starebbe assumendo caratteri populistici e correrebbe verso l'Italia dei Valori, anzi addirittura verso «la cultura e le idee del dipietrismo». Tutto perché la direzione del partito ha deciso di raccogliere le firme per un referendum contro l'infame legge Alfano che vanifica il contenuto di quell'importantissimo art. 3 della nostra carta costituzionale.
Ora, essendo io un po'avanti negli anni e nella militanza politica, mi sento riportata alla fine degli anni 70 quando Craxi e i suoi colonnelli accusavano Enrico Berlinguer (qualcuno se lo ricorda?) di moralismo e di fondamentalismo perché aveva posto al centro della politica dei comunisti nientemeno che la questione morale come grande questione teorica e politica. Critiche socialiste che si insinuarono anche nella cosiddetta destra del Pci, quella delle compatibilità con il sistema esistente, quella del cattivo realismo, appunto. Ora, al di là delle caricature che ne sono state date, la questione morale di Berlinguer - che la sinistra dovrebbe riprendere nelle sue mani - intendeva andare dritto al cuore di quell'intreccio perverso tra partiti e istituzioni che, fondatosi nel sistema di potere democristiano, si era poi esteso a quello craxiano-democristiano. Per inciso, si deve dire che tale intreccio, deformato e ridotto a partitocrazia, fu oggetto di critiche da parte di coloro che già da allora puntavano a costruire la premessa della cosiddetta "II Repubblica".
La sfida di Berlinguer fu travolta da questa critica di destra. Dunque si tratta di una grande sfida, quella di riprendere la bandiera della questione morale e connetterla alle grandi questioni sociali e civili, liberandole dal giustizialismo dipietrista.
Avrei fatto volentieri a meno di commentare l'articolo di Bocconetti, l'ho fatto per i lettori e le lettrici di Liberazione , che forse vanno rispettati un po' di più, attraverso la cura della complessità dei problemi e dei processi. A volte la semplificazione, fosse pure condotta in nome di un'asettica autonomia professionale, non è immune dal rischio della mistificazione.
In ogni caso, io mi permetto di esercitare il mio diritto di critica come modesta lettrice.

martedì 7 ottobre 2008

Bertinotti: «Io sono comunista ma comunismo è una parola indicibile»

Stefano Bocconetti

Una polemica su una frase. Ma stavolta non è la solita denuncia sulla «leggerezza» della politica, sul dominio della comunicazione sulla politica. No, perché in realtà questa polemica rivela - addirittura più che nei congressi di partito - che a sinistra sono in campo due ipotesi. Di più: due culture, due filosofie. Da cui discendono altrettante linee politiche. Vale la pena allora procedere per tappe. Tutto accade nel giro di un pomeriggio. E tutto comincia quando le agenzie, ieri, battono un dispaccio. Contiene le anticipazione del nuovo libro di Bruno Vespa, «Viaggio in un'Italia diversa», in vendita da stamane. Riporta una frase - quella che ha dato il via al pomeriggio di polemiche - di Fausto Bertinotti. «Comunismo è una parola indicibile - dice l'ex Presidente della Camera al più «potente» giornalista della Rai - Se fermi qualcuno per strada e gli dici: io sono comunista, quello non ti capisce».
Mezz'ora dopo, le repliche. Prima quella di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazone eletto al congresso di Chianciano. «Io - dice l'ex ministro del governo Prodi - continuo a pensare che la parola comunismo sia evocativa e utile per illustrare il cammino di una lotta secolare, quella per l'uguaglianza e la libertà». Di più, e più apertamente in polemica col suo ex segretario: «Se il problema è il logoramento di alcune parole, anche alcune che Fausto ha usato più volte, con forza, come ad esempio la parola socialismo, non mi pare che stiano messe meglio della parola comunismo, anzi». Il tutto, fino alla rivendicazione del ruolo del partito: «Ci chiamiamo Rifondazione comunista perché puntiamo e cerchiamo di elaborare, ormai da decenni, una riqualificazione anche delle parole, oltre che delle scelte e degli impegni politici che ne conseguono».
Più tardi, torna Bertinotti per spiegare meglio le sue idee. Si affida ad una premessa di una riga e mezza («Sebbene non pensi che l'affermazione possa stupire qualcuno, e neppure interessare particolarmente chi non mi conosce») e ad un'affermazione di tre-parole-tre: «Sono comunista. Punto».
Questi i fatti. Con le agenzie e i siti web che ieri pomeriggio titolavano tutti allo stesso modo: «Il comunismo divide i comunisti». Ironia un po' facile, come quella che si usa quando si «maneggia» una polemica gonfiata, una querelle di plastica. Ma non è questo il caso. Perché in realtà il dissenso c'è, è forte. E investe tante sfere. Ovviamente Bertinotti, come sembra chiaro dalle stesse pagine di quel libro, non si «pente» affatto delle sue scelte. Niente a che fare, insomma, con l'atteggiamento dei dirigenti dell'allora pidiesse all'indomani della svolta della Bolognina.

L'ex Presidente della Camera dice un'altra cosa: vede la difficoltà a costruire iniziative politiche a partire da quell'identità. Oggi, insomma, non siamo negli anni 60', o negli anni 70', quando le definizioni di comunista, socialista rimandavano immediatamente a progetti, a culture. A collocazioni politiche. Oggi, per intere generazioni - le ultime - quelle definizioni significano poco. Sono una parte della storia, rilevante, rilevantissima, ma della storia. Si riparte da qui, allora, si riparte senza infingimenti dal disastro sancito dalle ultime elezioni. Situazione comune a tanti altri paesi, situazione difficilissima, quasi disperata. Si riparte, si dovrebbe ripartire da qui, allora, per riprogettare un'idea anticapitalista, antipatriarcato, antirazzista. Per riprogettare una nuova sinistra. Termine - è vero - che ha i confini più ampi e perciò indefiniti di una parola come «comunista». Ma proprio perché più ampia può servire a capire e a provare a cambiare una realtà assai più complessa e articolata di quella del secolo scorso.
Così andrebbero lette le pagine del libro di Vespa. Almeno così le ha lette chi scrive questa cronaca. Anche le repliche, comunque, non si fermano alla superficie. E vanno nel merito dei problemi. Claudio Grassi, per esempio, della segreteria di Rifondazione - anche lui parte della maggioranza vincente a Chianciano - dice che ancora oggi «il comunismo è una grande idea di trasformazione per la quale vale la pena impegnarsi e lottare. Anche questo ha detto il recente congresso di Rifondazione sconfiggendo le ipotesi - sostenute appunto anche da Bertinotti - di un suo superamento».
Citazioni non casuali, perché, se ci si pensa il tema - il primato del partito o, dall'altra parte, la sua incapacità a cogliere le sfumature di un mondo che cambia, e nel quale il partito rischia di diventare semplice testimonianza - è stato più o meno quello del congresso. Ma la discussione di ieri pomeriggio non è rimasto nella sfera delle idee. Della filosofia politica. Ha un'immediata traduzione per ciò che riguarda le scelte politiche. Quelle di oggi. Perché per Bertinotti l'errore di Ferrero - conseguente di quella scelta di puntare tutto e solo sull'identità - porta con sè anche la scelta sciagurata di guardare con simpatia a Di Pietro: «Non ti fermi più se dal comunismo precipiti nel populismo». Anche in questo caso replica immediata dell'attuale segretario di Rifondazione: «Non va abbandonato il campo della politica e la lotta per il cambiamento della politica. Anzi, proprio per questo motivo ritengo che la questione morale sia un punto centrale della ricostruzione della stessa credibilità della parola politica». Infine, l'affondo: «E mi dispiace solo che lo capisca bene Di Pietro, e non Fausto». E allora, dopo un pomeriggio difficile, in campo sembrano restare due ipotesi: l'idea di una costituente della sinistra. da inventare, da costruire. E l'idea di un rapporto privilegiato con la cultura, le idee dell'Italia dei Valori. E non è una discussione che si esaurirà in poche battute.

lunedì 6 ottobre 2008

COMUNICATO STAMPA

L’area politico culturale del PRC “Rifondazione per la Sinistra” non ha partecipato alle votazioni per l’elezione del segretario della provincia di Caserta del Partito della Rifondazione Comunista. Non abbiamo condiviso l’intero percorso, tortuoso e incredibilmente lungo, che ha portato all’elezione del segretario della nostra federazione dopo oltre due mesi dalla celebrazione del congresso, e maggiormente riteniamo grave quanto accaduto in sede di votazione all’interno della mozione di maggioranza.
Riteniamo incomprensibile che si condivida un documento politico generale riguardante il futuro della federazione di Caserta, come hanno fatto i compagni della mozione Ferrero (unitamente alle altre tre mozioni congressuali esclusa ovviamente la mozione Vendola), per poi dividersi sul nome del segretario, sposando una pratica politica strumentale, disastrosa per il partito e lontana dalla tradizione del PRC.
Avevamo annunciato già al congresso nazionale di Chianciano che le alchimie politiche, le alleanze forzate e la guida del partito “ad ogni costo” avrebbero portato il nostro partito nella strada opposta a quella del rilancio, attanagliato da beghe interne e ingabbiato da logiche esasperatamente identitarie.
Per queste ragioni abbiamo scelto di non partecipare alla votazione sul segretario, pur avendo, a più riprese verbalmente e formalmente espresso la nostra netta contrarietà al documento politico di maggioranza. Abbiamo scelto di non aggiungere e confondere i nostri no a quelli di una parte consistente del documento Ferrero, l’aerea “essere comunisti”, che incomprensibilmente ha votato a favore del documento politico esprimendo la contrarietà solo sul nome. Abbiamo scelto di non essere parte di una votazione che con la politica davvero non c’entrava. Abbiamo scelto di distinguerci rispetto ad una contrarietà non politica ma solo ad personam.
Lavoreremo, come già stiamo facendo, anche in provincia di Caserta perché Rifondazione Comunista torni ad essere un partito moderno, capace di guardare al futuro con concretezza, perno principale per il rilancio di una Sinistra nuova in Italia. Abbiamo contribuito negli anni a costruire questo partito, ne rappresentiamo da soli quasi la metà e non resteremo a guardarlo mentre sceglie scientemente di assumere come unico ruolo quello della testimonianza, dl mero richiamo ad un’identità che suscita e può solo suscitare fra le giovani generazioni disinteresse ed indifferenza.
Facciamo comunque gli auguri di buon lavoro al neo eletto segretario della Federazione PRC di Caserta, il compagno Giosuè Bove.

Rifondazione per la Sinistra
Fed. di Caserta

NOTE A MARGINE DEL COMITATO POLITICO PROVINCIALE DEL PRIMO OTTOBRE SU LEADERISMO E GESTIONE UNITARIA.

Una riflessione che voglia essere completa su ciò che è accaduto nell’ultimo comitato politico federale del primo ottobre merita almeno due premesse, una di metodo e una di merito.

La prima.
I due “importanti ordini del giorno” approvati all’unanimità, quello di solidarietà ai giornalisti de “l’espresso” e quello sulla situazione del nostro giornale, Liberazione, sono stati entrambi proposti dalla minoranza congressuale che a Caserta fa capo al governatore della Puglia
Nichi Vendola. E’ importante sottolinearlo, e sarebbe stato corretto rimarcarlo nei resoconti del cpf messi in rete, anche come prova concreta della volontà dell’area “rifondazione per la sinistra” di continuare a partecipare, nel merito delle cose, al dibattito ed alla vita del partito.

La seconda necessita di ritornare solo per un attimo a quanto accadde durante il congresso di Chianciano.
E’ importante ricordare come il documento Russo Spena, al di là della ristrettezza dei numeri, vinca a Chianciano soprattutto in nome di una paventata deriva leaderista/istituzionalista (combattuta a viso aperto dall’ex ministro Ferrero, che solo dopo la caduta del governo ha capito i suoi errori), e in nome invece di quella che continuamente veniva declamata come la necessità di gestione unitaria da parte del partito. Vendola era il “presidenzialista”, quello che compagni importanti del nostro partito hanno definito “l’uomo dei poteri forti” figlio, complice e vittima della tanto vituperata logica della spettacolarizzazione mediatica, cui Ferrero contrapponeva invece la più tranquillizzante “necessità di ricostruire il partito”, stando più uniti, “più con il popolo e meno in tv”. In generale uno degli argomenti principali dei compagni che si riconoscevano nel documento Ferrero, (solo successivamente diventato documento Russo Spena, riunendo tutti i documenti che erano contro quello Vendola), era che l’origine di tutti i mali non andava certo ricercata nella pur scellerata scelta de la sinistra l’arcobaleno o non certo solo nell’essere stati troppo in un governo ostaggio della chiesa e dei poteri forti, “la vera stranezza per rifondazione” come dirà ferrero qualche giorno dopo la sua elezione. Era invece, udite udite, il metodo di gestione del partito inaugurato nello storico congresso di Venezia. In quel congresso si diceva, c’era il vero vulnus, la gestione maggioritaria del partito, la gestione del partito con “appena” il sessanta per cento; con il sessanta per cento l’allora documento Bertinotti attentava alla democrazia governando da solo il partito. Da lì sarebbero cominciati i mali che oggi scontiamo. Insomma, il nuovo corso di Ferrero e compagni era, per riassumere, incentrato sul no a logiche di gestione interna maggioritarie, no al leaderismo “alla Vendola”, (il quale in un sol colpo sembrava mettere insieme leaderismo e istituzionalismo), no allo scioglimento del partito, si all’unità (sempre del partito, s’intende).
Se ciò a livello nazionale era stato decantato a gran voce, con risultati a nostro avviso a dir poco modesti (dalla candidatura Ferrero, che esce come il coniglio dal cilindro in zona cesarini anche se tutti ne erano a conoscenza da mesi, e viene eletto con cinque voti di scarto, fino ad arrivare al risultato finale che tiene fuori il 47% del partito), nella nostra federazione si è raggiunto davvero il paradosso. Infatti, dopo che il congresso provinciale si è concluso (?) senza la doverosa riunione del comitato politico neo eletto, in attesa, così come in molti circoli della provincia, che l’agone nazionale desse segnali sulla futura architettura interna; dopo mesi di trattative fra le aree di maggioranza, che avrebbero dovuto, in base al modello nazionale, andare a costituirsi in un solo documento unitario, (quello che fa riferimento a Russo Spena); dopo tre rinvii del comitato politico federale, che, senza una vera e propria motivazione, e nonostante continuassero parallelamente e pressanti le richieste di verifica politica alla provincia e al comune, continuavano a lasciare il partito senza un segretario, una segreteria e un tesoriere; dopo tutto ciò, la montagna ha finalmente partorito il topolino. Il nuovo segretario provinciale è stato infatti eletto da una maggioranza pari al 39% (27 voti a favore e 16 contrari su 55 votanti e su 69 membri che compongono il comitato politico), e la contrarietà dell’area essere comunisti, componente importante dello stesso documento Ferrero. Ma il bello (sic..) doveva ancora arrivare. La cosa più paradossale è che il documento politico proposto dalla maggioranza è stato votato con soli 8 voti contrari (quelli dell’area Vendola).
In quella che, stando sempre al modello nazionale, sarebbe dovuta essere la larga maggioranza provinciale (il solo documento ferrero racimolò il 57% nei congressi di circolo), si è insomma consumata una spaccatura “sul nome”, una contrarietà “ad personam”. Insomma, chi durante il congresso ha apertamente e violentemente accusato di leaderismo il governatore della Puglia, (che per arrivare ad occupare quel ruolo, ricordiamolo, ha vinto prima le primarie del centro sinistra contro un candidato moderato e poi la competizione elettorale contro il presidente uscente, con dati di partecipazione al voto che da anni non si registravano), accetta di governare il partito con appena il 40% a favore, e di farlo anche dopo quella che tutti sanno essere una spaccatura dovuta al mancato accordo in merito alla spartizione/suddivisione dei ruoli chiave nel partito (o in ciò che di esso resta); chi ha di continuo sbandierato la necessità di una gestione unitaria (mai sulla politica naturalmente, quella, la linea politica, è blindata, immodificabile) non riesce a trovare “la quadra” neanche all’interno della sua stessa area; chi ha messo in testa alle priorità di questo partito la ricostruzione della sua comunità, nasce come frutto di una comunità ancora più divisa, non più solo sulla politica, come nel caso dell’area Vendola, ma addirittura sul proprio nome. Per queste ragioni abbiamo scelto di non partecipare alla votazione sul segretario, pur avendo, a più riprese verbalmente e formalmente espresso la nostra contrarietà al documento politico di maggioranza.
Abbiamo scelto di non aggiungere e confondere i nostri no a quelli dell’aerea “essere comunisti”, che incomprensibilmente vota il documento politico ma esprime la contrarietà solo sul nome.
Abbiamo scelto di non essere parte di una votazione che con la politica davvero non c’entrava.
Continueremo a lavorare dentro e oltre questo partito, ma ribadiamo che la strada imboccata in tutta evidenza non regge. Mettere insieme provenienze culturali e politiche così diverse, individualità interessate più alla gestione interna che alla reale ricostruzione di una nuova idea di sinistra e di cambiamento, pezzi, di un partito che fu, che solo per sostituirsi alla vecchia classe dirigente, sottoscrivono frettolosi patti di potere, è follia, e ora se ne cominciano a vedere le conseguenze. Il mero richiamo identitario, la difesa strenua di recinti ideologici cui i giovani guardano ormai con disinteresse, la presunta svolta a sinistra, che, alla luce dei fatti, nella sostanza e nel merito comincia a configurarsi come restaurazione, ritorno a vizi e pratiche che sanno di autoreferenzialità, ciò che, con una espressione felice il compagno Vendola ha definito come “radicalismo di superficie, ma senza popolo”: ebbene, tutto ciò non riesce a tenere più insieme neanche la pur ampia maggioranza congressuale nella nostra federazione; e nazionalmente lo scenario è ancor più precario. Ci domandiamo: sono queste le premesse per ricostruire il partito e la sinistra? E’ davvero questa la classe dirigente che può e che, soprattutto, vuole farlo?
Gabriele Vedova

venerdì 3 ottobre 2008

DALLA PARTE DEI GIORNALISTI DE “L’ESPRESSO”. SENZA SE E SENZA MA.

Ordine del giorno approvato all'unanimità dal Comitato Politico della Federazione PRC di Caserta presentato dai compagni dell'area "Rifondazione per la Sinistra"

Il comitato politico provinciale della federazione del PRC di Caserta, nell’ esprimere la propria convinta solidarietà al comitato di redazione del settimanale “l’Espresso” ed in particolare ai giornalisti Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi, autori di due importanti inchieste pubblicate sul settimanale in questione l’11 ed il 18 settembre 2008 dal titolo “così ho avvelenato napoli” e “e il boss disse: date a Cesaro”, non può che condannare fermamente e sottolineare con riprovazione e preoccupazione le due consecutive perquisizioni della Guardia di finanza cui la redazione del settimanale è stata sottoposta nell’arco delle due settimane immediatamente successive alle pubblicazioni in questione.

E’ un fatto grave. E’ grave il tentativo chiaramente intimidatorio perpetrato ai danni di giornalisti che, mettendo continuamente a rischio la propria sicurezza personale, ripercorrono con dovizia di particolari, attraverso le dichiarazioni del pentito Vassallo, trame ed intrecci di collusioni fra esponenti politici di primo piano del governo in carica e clan camorristici della nostra zona nell’ambito del problema che da circa un decennio, con cicliche ed utili emergenze, affligge le nostre terre, lo smaltimento illegale dei rifiuti.

Si dibatte, spesso, di come si possano e si debbano tutelare le indagini più delicate in corso senza rischiare di comprometterle, e con esse di come si possa e si debba difendere la dignità pubblica e privata delle persone in esse a vario titolo coinvolte; di come spesso, dinanzi a notizie, indagini, inchieste che sembrano fotografare, mettere finalmente in luce ciò che quotidianamente vediamo e viviamo, ciò che tutti sanno e che non si ha la forza di denunciare, diventi davvero difficile ricordare il principio fondante del garantismo, quello della presunzione di innocenza fino a prova contraria; di come si stabilisca, e della liceità dello stesso stabilire, la sottile linea di confine che separa il sacrosanto ed irrinunciabile diritto alla libertà di stampa da queste esigenze; di come infine si possa e si debba tutelare il giornalismo d’inchiesta. Sono, questi, problemi seri che meritano riflessioni ed approfondimenti che si dipanino con tempi ed in luoghi appropriati. Oggi vogliamo esprimere con forza la nostra riprovazione, la nostra sincera preoccupazione rispetto all’ennesimo segnale del costante processo di indebolimento dei principi democratici più elementari alla base del vivere civile. Vogliamo sottolineare il sospetto susseguirsi temporale di avvenimenti che, come minuscoli pezzi di un immenso puzzle, vanno a comporre, neanche troppo lentamente, quello che sembra sempre di più diventare un disegno complessivo. Quel circolo vizioso che vede la fiducia nella politica ridotta ai minimi termini, ed una parte vasta della stessa classe politica di conseguenza impegnata da un lato nella pericolosa opera di delegittimazione tout court della giustizia, dall’altro in un parallelo ed altrettanto pericoloso tentativo di recupero di tale fiducia attraverso operazioni populiste e di facciata (vedi la militarizzazione delle città, strumentalmente adoperata perfino in occasione di episodi gravi come le ultime vicende di Castel Volturno).

Dobbiamo dire con forza che non ci stiamo. Dobbiamo dire con forza che chi scrive di camorra va difeso e non perquisito ed intimidito. Dobbiamo dire con forza che la lotta alla camorra si fa investendo ingenti risorse in attività investigative, non certo usando strumentalmente l’esercito, immolando vite sull’altare della ricerca spasmodica del consenso.

Il silenzio va rotto. Subito. Ci dichiariamo per questo sin da subito pronti a costruire insieme ai sindacati, ai lavoratori della carta stampata e delle emittenti tv, alle associazioni che da tanto si occupano e sono sensibili ai temi in questione, un percorso comune che, nel rispetto e nell’autonomia dei ruoli, porti, in tempi brevi, anche qui, nella nostra provincia, ad una mobilitazione di massa, ad una grande manifestazione in difesa della dignità di quei lavoratori impegnati, anche e soprattutto nella nostra terra, nel quotidiano e difficile lavoro di raccontare la difficile realtà che ci circonda.

Il comitato politico federale di Caserta, approvando il sovraesposto odg, ne dispone la diffusione, oltre naturalmente che alla redazione del settimanale “l’espresso”, a tutti gli organi di stampa locali e nazionali, emittenti radio e tv, nonché la necessaria messa in rete e diffusione via internet.


CASERTA 01/10/08 - approvato all'unanimità

SOTTOSCRIVIAMO ABBONAMENTI A LIBERAZIONE. IL NOSTRO QUOTIDIANO.

Ordine del giorno approvato all'unanimità dal Comitato Politico della Federazione PRC di Caserta presentato dai compagni dell'area "Rifondazione per la Sinistra"

Il comitato politico provinciale della federazione del PRC di Caserta,

CONSIDERATA


La delicata situazione in cui verso il quotidiano LIBERAZIONE, organo ufficiale nazionale del PRC, la cui esistenza rischia di essere seriamente compromessa dallo scellerato progetto di tagli all’editoria di partito e cooperativa promosso dal Ministro Tremonti;

visto anche lo stato di agitazione dei lavoratori impegnati a vario titolo nella testata, culminato ultimamente in una giornata di sciopero;

considerata l’importanza che per i compagni tutti riveste il quotidiano LIBERAZIONE, da anni voce “fuori dal coro”, strumento fondamentale di ricerca e innovazione, di incontro, dibattito e riflessione critica fra diverse esperienze e provenienze culturali e politiche interne al PRC ed alla sinistra, esperimento importante, forse unico nel panorama dell’editoria di partito, di non subalternità e spesso perfino di criticità rispetto alla direzione politica del partito editore, decisivi indicatori di autonomia e libertà, fondamenti stessi del mestiere giornalistico;

nell’esprimere solidarietà alla testata, al comitato di redazione e a tutti i lavoratori impegnati nel delicato e collettivo lavoro necessario a che il giornale sia quotidianamente in edicola, nella speranza che tale esempio venga seguito in tante altre federazioni del nostro partito;

SI IMPEGNA

e al tempo stesso investe il tesoriere provinciale, a sottoscrivere ad horas almeno 3 abbonamenti “sostenitore” a LIBERAZIONE, che verranno regalati ad altrettanti circoli della nostra provincia, nonché a sollecitare i circoli della federazione ad impegnarsi nella diffusione militante del giornale e gli enti locali a sottoscrivere abbonamenti.

CASERTA 01/10/08 - approvato all'unanimità