Scritto da Fausto Bertinotti
La manifestazione dell’11 ottobre dovrebbe indurci a più di una riflessione su di essa, nel bene e nel male, e sullo stato dell’opposizione in Italia. In ogni caso ha battuto un colpo. Ma una qualche ritrovata presenza di piazza rende non meno ma ancor più drammaticamente evidente la formula di Rossana Rossanda: “Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre”.
Potrebbe essere un primo sviluppo della manifestazione la convocazione di un seminario o di un’assemblea o di un convegno per incominciare a parlarne pubblicamente. Il bisogno di organizzare luoghi e modi di un confronto a sinistra non è ormai minore di quello dell’organizzazione del conflitto. Intanto, almeno per non lasciare cadere l’importante sollecitazione di Rossana Rossanda, sarà bene che ognuno cominci a dire la sua su di essa, anche sommariamente e provvisoriamente. Sulle cinque osservazioni che Rossana pone a base del suo ragionamento vorrei dire che nel loro impianto generale non solo sono largamente condivisibili, ma credo sia utile, da parte di quella sinistra che ha subito una drammatica e storica sconfitta, ricordare che parti di essa hanno sostenuto queste tesi anche negli anni scorsi, seppure spesso in condizioni di isolamento e molte volte senza neppure farsi forza di un sostegno reciproco. Costituisce in sé un problema politico il fatto che chi ha, all’ingrosso, avuto ragione nella critica a questo capitalismo sia impotente, e persino silente, di fronte alla sua crisi.
La condizione sostanziale dello scheletro proposto da Rossana consente e sollecita, per la stessa complessità delle tesi, degli approfondimenti in cui possano utilmente farsi luce anche differenze interne allo schema il cui confronto possa rivelarsi utile nella ricerca della proposta programmatica. Per parte mia vorrei proporre tre sotto-osservazioni. La prima riguarda il neoliberismo. Esso ha mostrato di sapersi articolare lungo diverse varianti (Usa ed Europa), sicché non le sono impedite né le politiche monetarie espansive, né la domanda di intervento pubblico. La sua caratteristica intrinseca consiste nel poter scegliere tra politiche diverse in funzione della conferma di un nucleo duro che deve valere nella fase espansiva, come in quella recessiva, come nella crisi che accende una nuova ristrutturazione dell’economia. Il nocciolo duro è la piena e, secondo la sua volontà, irreversibile liberalizzazione del mercato del lavoro che deve sempre essere governato secondo il basso salario, l’alta flessibilità e la diffusa precarietà. La seconda osservazione riguarda l’apparato produttivo italiano. Qui, quell’universale nocciolo duro si accompagna, come sappiamo, ad aree di economia nera e grigia, con lavoro nero ed evasione fiscale. Ma la ristrutturazione della media industria italiana sempre più internazionalizzata, la performance nell’esportazione di alcuni settori produttivi che colloca l’industria italiana appena sotto la potente vicina tedesca, la vitalità e la sua capacità di riorganizzazione su basi territoriali dinamiche sono caratteristiche che non consentono di qualificare questa realtà come arretrata. Va certo discussa la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati (ah, la politica industriale!), ma assai più radicalmente, credo, la sua composizione merceologica, il cosa produrre. Oltre, va da sé, la decisiva contestazione della distribuzione del reddito e del potere tra capitale e lavoro, distribuzione oggi semplicemente repellente. La terza osservazione riguarda ciò che Rossana Rossanda definisce la “demenza” dei dirigenti che hanno mandato a picco grandi enti finanziari, banche e assicurazioni. Vorrei dire che dal punto di vista del capitalismo globalizzato c’è una logica in questa “demenza”. Opposta, eppure simile, a quella di Trichet che, anche di fronte alla crisi, testardamente ha tenuto a lungo alto il costo del denaro. Quella logica va rintracciata nel perseguimento del contenimento, anzi nel blocco, della dinamica salariale, a qualsiasi costo, di riffa o di raffa. Greenspan e i grandi managers delle banche americane si devono essere detti: come si fa a tenere su la domanda se i salari non la possono alimentare? La risposta è stata: con l’indebitamento dello Stato e delle famiglie. Inventandosi, cioè, ciò che Bellofiore chiama la figura del “consumatore indebitato”. Questo imbroglio è saltato ed è esplosa la crisi, la crisi del “capitalismo finanziario globalizzato” (Guido Rossi). Ed è esplosa malgrado la liaison tra i sistemi delle economie emergenti (Cina e India) e quello statunitense. La crisi fa emergere i suoi nodi strutturali. Non parlano di questo la questione energetica e quella alimentare, oltre all’esigenza del sistema di tagliare i salari e, contemporaneamente, di sostenere la domanda?
Ha ragione da vendere Rossanda a dire che la sinistra non esiste se non fronteggia la crisi del suo avversario (anche perché quello finirebbe altrimenti per risolverla contro tutti coloro le cui ragioni e speranze la sinistra dovrebbe interpretare). Le proposte che Rossana Rossanda avanza mi pare vadano nella direzione giusta. Partiamo da qui, cogliamo l’occasione e apriamo una discussione collettiva. Rossana pone due punti di partenza: un contenuto, l’intervento pubblico in economia, e uno spazio da riempire da sinistra, l’Europa. So che non è buon metodo aggiungere tema a tema, troppo grande diventa altrimenti il rischio di dispersione e di perdita del contatto di confronto. Se trasgredisco alle norme è perché credo che Rossana per prima sarà d’accordo nel legare ad essi il tema del lavoro. Non è un omaggio al classico, è l’individuazione di un terreno di scontro cruciale oggi e qui, anche per affrontare da sinistra il discorso sull’Europa e sulla natura dell’intervento pubblico.
L’intervento pubblico nell’economia c’è e ci sarà. Nella nuova fase che si è aperta non è il “se” che può fissare il clivage tra destra e sinistra, ma il quanto, il come e a che scopo deve realizzarsi l’intervento pubblico. La sua natura è perciò la ragione della possibile contesa. Chi ha spiegato che l’economia per funzionare deve negare l’intervento pubblico, spiegherà che per rimettere in piedi l’economia di mercato (si sottintende, cioè, l’unica possibile) ci vuole l’intervento pubblico: un nuovo servo perché il signore (il mercato) continui ad esercitare la sua signoria. Penso come Rossana che la sinistra debba accettare la sfida (proponendo invece che il sostegno puro e semplice alle banche una guida pubblica dell’intervento pubblico), e, contemporaneamente, alzarla. Accettarla nel senso che non c’è ragione alcuna perché la sinistra debba accettare di far affluire denaro pubblico al fine di salvare grandi aziende finanziarie, senza porre il problema della responsabilità nelle gestioni che hanno portato alla crisi e senza porre, di conseguenza, il tema dell’assetto proprietario delle imprese salvate. Ma anche alzare la sfida, perché il carattere pubblico dell’impresa non costituisce in sé una garanzia di cambiamento non fosse altro perché la cultura economica dei managers pubblici non differisce sostanzialmente da quelli privati sulla concezione del mercato, della competitività e della produttività. Se il pubblico deve intervenire nell’economia (e deve), allora sono il cosa, il dove, il come, il per chi produrre che devono venire in discussione con esso e attraverso di esso. Il modello di sviluppo che in questi 25 anni è stato imposto dal capitale all’Europa è lo sfondo strutturale della crisi. L’intervento pubblico dovrebbe sostenerne la riforma, una riforma che costringa il mercato ad un nuovo compromesso con l’affermazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’esigenza di sottrarci alla catastrofe ambientale, con le frontiere di una nuova cittadinanza e della ricostruzione della democrazia. Dovremmo tornare a parlare di programmazione, cioè di un assetto di società da perseguire in un tempo definito? E’ probabile.
Se cominciassimo a discutere di questo, insieme e continuativamente, sarebbe una buona notizia anche per chi era a Roma a manifestare l’11 ottobre.
Potrebbe essere un primo sviluppo della manifestazione la convocazione di un seminario o di un’assemblea o di un convegno per incominciare a parlarne pubblicamente. Il bisogno di organizzare luoghi e modi di un confronto a sinistra non è ormai minore di quello dell’organizzazione del conflitto. Intanto, almeno per non lasciare cadere l’importante sollecitazione di Rossana Rossanda, sarà bene che ognuno cominci a dire la sua su di essa, anche sommariamente e provvisoriamente. Sulle cinque osservazioni che Rossana pone a base del suo ragionamento vorrei dire che nel loro impianto generale non solo sono largamente condivisibili, ma credo sia utile, da parte di quella sinistra che ha subito una drammatica e storica sconfitta, ricordare che parti di essa hanno sostenuto queste tesi anche negli anni scorsi, seppure spesso in condizioni di isolamento e molte volte senza neppure farsi forza di un sostegno reciproco. Costituisce in sé un problema politico il fatto che chi ha, all’ingrosso, avuto ragione nella critica a questo capitalismo sia impotente, e persino silente, di fronte alla sua crisi.
La condizione sostanziale dello scheletro proposto da Rossana consente e sollecita, per la stessa complessità delle tesi, degli approfondimenti in cui possano utilmente farsi luce anche differenze interne allo schema il cui confronto possa rivelarsi utile nella ricerca della proposta programmatica. Per parte mia vorrei proporre tre sotto-osservazioni. La prima riguarda il neoliberismo. Esso ha mostrato di sapersi articolare lungo diverse varianti (Usa ed Europa), sicché non le sono impedite né le politiche monetarie espansive, né la domanda di intervento pubblico. La sua caratteristica intrinseca consiste nel poter scegliere tra politiche diverse in funzione della conferma di un nucleo duro che deve valere nella fase espansiva, come in quella recessiva, come nella crisi che accende una nuova ristrutturazione dell’economia. Il nocciolo duro è la piena e, secondo la sua volontà, irreversibile liberalizzazione del mercato del lavoro che deve sempre essere governato secondo il basso salario, l’alta flessibilità e la diffusa precarietà. La seconda osservazione riguarda l’apparato produttivo italiano. Qui, quell’universale nocciolo duro si accompagna, come sappiamo, ad aree di economia nera e grigia, con lavoro nero ed evasione fiscale. Ma la ristrutturazione della media industria italiana sempre più internazionalizzata, la performance nell’esportazione di alcuni settori produttivi che colloca l’industria italiana appena sotto la potente vicina tedesca, la vitalità e la sua capacità di riorganizzazione su basi territoriali dinamiche sono caratteristiche che non consentono di qualificare questa realtà come arretrata. Va certo discussa la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati (ah, la politica industriale!), ma assai più radicalmente, credo, la sua composizione merceologica, il cosa produrre. Oltre, va da sé, la decisiva contestazione della distribuzione del reddito e del potere tra capitale e lavoro, distribuzione oggi semplicemente repellente. La terza osservazione riguarda ciò che Rossana Rossanda definisce la “demenza” dei dirigenti che hanno mandato a picco grandi enti finanziari, banche e assicurazioni. Vorrei dire che dal punto di vista del capitalismo globalizzato c’è una logica in questa “demenza”. Opposta, eppure simile, a quella di Trichet che, anche di fronte alla crisi, testardamente ha tenuto a lungo alto il costo del denaro. Quella logica va rintracciata nel perseguimento del contenimento, anzi nel blocco, della dinamica salariale, a qualsiasi costo, di riffa o di raffa. Greenspan e i grandi managers delle banche americane si devono essere detti: come si fa a tenere su la domanda se i salari non la possono alimentare? La risposta è stata: con l’indebitamento dello Stato e delle famiglie. Inventandosi, cioè, ciò che Bellofiore chiama la figura del “consumatore indebitato”. Questo imbroglio è saltato ed è esplosa la crisi, la crisi del “capitalismo finanziario globalizzato” (Guido Rossi). Ed è esplosa malgrado la liaison tra i sistemi delle economie emergenti (Cina e India) e quello statunitense. La crisi fa emergere i suoi nodi strutturali. Non parlano di questo la questione energetica e quella alimentare, oltre all’esigenza del sistema di tagliare i salari e, contemporaneamente, di sostenere la domanda?
Ha ragione da vendere Rossanda a dire che la sinistra non esiste se non fronteggia la crisi del suo avversario (anche perché quello finirebbe altrimenti per risolverla contro tutti coloro le cui ragioni e speranze la sinistra dovrebbe interpretare). Le proposte che Rossana Rossanda avanza mi pare vadano nella direzione giusta. Partiamo da qui, cogliamo l’occasione e apriamo una discussione collettiva. Rossana pone due punti di partenza: un contenuto, l’intervento pubblico in economia, e uno spazio da riempire da sinistra, l’Europa. So che non è buon metodo aggiungere tema a tema, troppo grande diventa altrimenti il rischio di dispersione e di perdita del contatto di confronto. Se trasgredisco alle norme è perché credo che Rossana per prima sarà d’accordo nel legare ad essi il tema del lavoro. Non è un omaggio al classico, è l’individuazione di un terreno di scontro cruciale oggi e qui, anche per affrontare da sinistra il discorso sull’Europa e sulla natura dell’intervento pubblico.
L’intervento pubblico nell’economia c’è e ci sarà. Nella nuova fase che si è aperta non è il “se” che può fissare il clivage tra destra e sinistra, ma il quanto, il come e a che scopo deve realizzarsi l’intervento pubblico. La sua natura è perciò la ragione della possibile contesa. Chi ha spiegato che l’economia per funzionare deve negare l’intervento pubblico, spiegherà che per rimettere in piedi l’economia di mercato (si sottintende, cioè, l’unica possibile) ci vuole l’intervento pubblico: un nuovo servo perché il signore (il mercato) continui ad esercitare la sua signoria. Penso come Rossana che la sinistra debba accettare la sfida (proponendo invece che il sostegno puro e semplice alle banche una guida pubblica dell’intervento pubblico), e, contemporaneamente, alzarla. Accettarla nel senso che non c’è ragione alcuna perché la sinistra debba accettare di far affluire denaro pubblico al fine di salvare grandi aziende finanziarie, senza porre il problema della responsabilità nelle gestioni che hanno portato alla crisi e senza porre, di conseguenza, il tema dell’assetto proprietario delle imprese salvate. Ma anche alzare la sfida, perché il carattere pubblico dell’impresa non costituisce in sé una garanzia di cambiamento non fosse altro perché la cultura economica dei managers pubblici non differisce sostanzialmente da quelli privati sulla concezione del mercato, della competitività e della produttività. Se il pubblico deve intervenire nell’economia (e deve), allora sono il cosa, il dove, il come, il per chi produrre che devono venire in discussione con esso e attraverso di esso. Il modello di sviluppo che in questi 25 anni è stato imposto dal capitale all’Europa è lo sfondo strutturale della crisi. L’intervento pubblico dovrebbe sostenerne la riforma, una riforma che costringa il mercato ad un nuovo compromesso con l’affermazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’esigenza di sottrarci alla catastrofe ambientale, con le frontiere di una nuova cittadinanza e della ricostruzione della democrazia. Dovremmo tornare a parlare di programmazione, cioè di un assetto di società da perseguire in un tempo definito? E’ probabile.
Se cominciassimo a discutere di questo, insieme e continuativamente, sarebbe una buona notizia anche per chi era a Roma a manifestare l’11 ottobre.
Fausto Bertinotti
da Il manifesto del 14 ottobre 2008
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