Rifondazione per la Sinistra - Caserta

Questo è il blog di Rifondazione per la Sinistra della provincia di Caserta.
Rifondazione per la Sinistra è un’area programmatica, politica e culturale di sinistra.
Nasce dal documento “Manifesto per la Rifondazione” presentato al 7° congresso di Rifondazione Comunista e con prima firma Nichi Vendola.
Ha l’ambizione di raccogliere al suo interno persone e soggetti provenienti da differenti organizzazioni e diversi percorsi politici.
Ha come obiettivo l’avvio di un processo costituente di un nuovo soggetto politico della sinistra.

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lunedì 6 ottobre 2008

NOTE A MARGINE DEL COMITATO POLITICO PROVINCIALE DEL PRIMO OTTOBRE SU LEADERISMO E GESTIONE UNITARIA.

Una riflessione che voglia essere completa su ciò che è accaduto nell’ultimo comitato politico federale del primo ottobre merita almeno due premesse, una di metodo e una di merito.

La prima.
I due “importanti ordini del giorno” approvati all’unanimità, quello di solidarietà ai giornalisti de “l’espresso” e quello sulla situazione del nostro giornale, Liberazione, sono stati entrambi proposti dalla minoranza congressuale che a Caserta fa capo al governatore della Puglia
Nichi Vendola. E’ importante sottolinearlo, e sarebbe stato corretto rimarcarlo nei resoconti del cpf messi in rete, anche come prova concreta della volontà dell’area “rifondazione per la sinistra” di continuare a partecipare, nel merito delle cose, al dibattito ed alla vita del partito.

La seconda necessita di ritornare solo per un attimo a quanto accadde durante il congresso di Chianciano.
E’ importante ricordare come il documento Russo Spena, al di là della ristrettezza dei numeri, vinca a Chianciano soprattutto in nome di una paventata deriva leaderista/istituzionalista (combattuta a viso aperto dall’ex ministro Ferrero, che solo dopo la caduta del governo ha capito i suoi errori), e in nome invece di quella che continuamente veniva declamata come la necessità di gestione unitaria da parte del partito. Vendola era il “presidenzialista”, quello che compagni importanti del nostro partito hanno definito “l’uomo dei poteri forti” figlio, complice e vittima della tanto vituperata logica della spettacolarizzazione mediatica, cui Ferrero contrapponeva invece la più tranquillizzante “necessità di ricostruire il partito”, stando più uniti, “più con il popolo e meno in tv”. In generale uno degli argomenti principali dei compagni che si riconoscevano nel documento Ferrero, (solo successivamente diventato documento Russo Spena, riunendo tutti i documenti che erano contro quello Vendola), era che l’origine di tutti i mali non andava certo ricercata nella pur scellerata scelta de la sinistra l’arcobaleno o non certo solo nell’essere stati troppo in un governo ostaggio della chiesa e dei poteri forti, “la vera stranezza per rifondazione” come dirà ferrero qualche giorno dopo la sua elezione. Era invece, udite udite, il metodo di gestione del partito inaugurato nello storico congresso di Venezia. In quel congresso si diceva, c’era il vero vulnus, la gestione maggioritaria del partito, la gestione del partito con “appena” il sessanta per cento; con il sessanta per cento l’allora documento Bertinotti attentava alla democrazia governando da solo il partito. Da lì sarebbero cominciati i mali che oggi scontiamo. Insomma, il nuovo corso di Ferrero e compagni era, per riassumere, incentrato sul no a logiche di gestione interna maggioritarie, no al leaderismo “alla Vendola”, (il quale in un sol colpo sembrava mettere insieme leaderismo e istituzionalismo), no allo scioglimento del partito, si all’unità (sempre del partito, s’intende).
Se ciò a livello nazionale era stato decantato a gran voce, con risultati a nostro avviso a dir poco modesti (dalla candidatura Ferrero, che esce come il coniglio dal cilindro in zona cesarini anche se tutti ne erano a conoscenza da mesi, e viene eletto con cinque voti di scarto, fino ad arrivare al risultato finale che tiene fuori il 47% del partito), nella nostra federazione si è raggiunto davvero il paradosso. Infatti, dopo che il congresso provinciale si è concluso (?) senza la doverosa riunione del comitato politico neo eletto, in attesa, così come in molti circoli della provincia, che l’agone nazionale desse segnali sulla futura architettura interna; dopo mesi di trattative fra le aree di maggioranza, che avrebbero dovuto, in base al modello nazionale, andare a costituirsi in un solo documento unitario, (quello che fa riferimento a Russo Spena); dopo tre rinvii del comitato politico federale, che, senza una vera e propria motivazione, e nonostante continuassero parallelamente e pressanti le richieste di verifica politica alla provincia e al comune, continuavano a lasciare il partito senza un segretario, una segreteria e un tesoriere; dopo tutto ciò, la montagna ha finalmente partorito il topolino. Il nuovo segretario provinciale è stato infatti eletto da una maggioranza pari al 39% (27 voti a favore e 16 contrari su 55 votanti e su 69 membri che compongono il comitato politico), e la contrarietà dell’area essere comunisti, componente importante dello stesso documento Ferrero. Ma il bello (sic..) doveva ancora arrivare. La cosa più paradossale è che il documento politico proposto dalla maggioranza è stato votato con soli 8 voti contrari (quelli dell’area Vendola).
In quella che, stando sempre al modello nazionale, sarebbe dovuta essere la larga maggioranza provinciale (il solo documento ferrero racimolò il 57% nei congressi di circolo), si è insomma consumata una spaccatura “sul nome”, una contrarietà “ad personam”. Insomma, chi durante il congresso ha apertamente e violentemente accusato di leaderismo il governatore della Puglia, (che per arrivare ad occupare quel ruolo, ricordiamolo, ha vinto prima le primarie del centro sinistra contro un candidato moderato e poi la competizione elettorale contro il presidente uscente, con dati di partecipazione al voto che da anni non si registravano), accetta di governare il partito con appena il 40% a favore, e di farlo anche dopo quella che tutti sanno essere una spaccatura dovuta al mancato accordo in merito alla spartizione/suddivisione dei ruoli chiave nel partito (o in ciò che di esso resta); chi ha di continuo sbandierato la necessità di una gestione unitaria (mai sulla politica naturalmente, quella, la linea politica, è blindata, immodificabile) non riesce a trovare “la quadra” neanche all’interno della sua stessa area; chi ha messo in testa alle priorità di questo partito la ricostruzione della sua comunità, nasce come frutto di una comunità ancora più divisa, non più solo sulla politica, come nel caso dell’area Vendola, ma addirittura sul proprio nome. Per queste ragioni abbiamo scelto di non partecipare alla votazione sul segretario, pur avendo, a più riprese verbalmente e formalmente espresso la nostra contrarietà al documento politico di maggioranza.
Abbiamo scelto di non aggiungere e confondere i nostri no a quelli dell’aerea “essere comunisti”, che incomprensibilmente vota il documento politico ma esprime la contrarietà solo sul nome.
Abbiamo scelto di non essere parte di una votazione che con la politica davvero non c’entrava.
Continueremo a lavorare dentro e oltre questo partito, ma ribadiamo che la strada imboccata in tutta evidenza non regge. Mettere insieme provenienze culturali e politiche così diverse, individualità interessate più alla gestione interna che alla reale ricostruzione di una nuova idea di sinistra e di cambiamento, pezzi, di un partito che fu, che solo per sostituirsi alla vecchia classe dirigente, sottoscrivono frettolosi patti di potere, è follia, e ora se ne cominciano a vedere le conseguenze. Il mero richiamo identitario, la difesa strenua di recinti ideologici cui i giovani guardano ormai con disinteresse, la presunta svolta a sinistra, che, alla luce dei fatti, nella sostanza e nel merito comincia a configurarsi come restaurazione, ritorno a vizi e pratiche che sanno di autoreferenzialità, ciò che, con una espressione felice il compagno Vendola ha definito come “radicalismo di superficie, ma senza popolo”: ebbene, tutto ciò non riesce a tenere più insieme neanche la pur ampia maggioranza congressuale nella nostra federazione; e nazionalmente lo scenario è ancor più precario. Ci domandiamo: sono queste le premesse per ricostruire il partito e la sinistra? E’ davvero questa la classe dirigente che può e che, soprattutto, vuole farlo?
Gabriele Vedova

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